Cosa cambia se il chirurgo è donna?

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Uno studio del 2017 ha dimostrato che i pazienti trattati da medici di sesso femminile vanno incontro a outcome di salute migliori e, in particolare, a una ridotta mortalità a 30 giorni e a una minore probabilità di essere nuovamente ricoverati (1).  Secondo alcune possibili spiegazioni, le donne aderirebbero maggiormente alle linee guida e avrebbero un approccio più centrato sul paziente. Tuttavia, non è chiaro se un tale effetto si presenti anche in specializzazioni più tecniche, come la chirurgia. Uno studio dell’University of Toronto, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Medical Journal, ha indagato proprio questo aspetto (2). Dai risultati sono emersi, anche in queso caso, outcome di salute migliori per i pazienti trattati da chirurghi di sesso femminile. Tuttavia, l’entità di tale differenza è risultata molto ridotta e secondo gli autori associabile, almeno parzialmente, ad altre variabili. Più chiari invece i dati relativi al numero effettivo di donne in questa specialità, tuttora sottorappresentate ed esposte a disuguaglianze di genere. 

I ricercatori hanno preso in considerazione un campione di 1.159.687 pazienti sottoposti a 25 diverse procedure chirurgiche, tra cui bypass coronarici e gastrici, riparazione di aneurismi dell’aorta addominale, craniotomie e tiroidectomie, mettendo in relazione gli outcome di salute e il sesso del chirurgo che aveva realizzato l’intervento. L’endpoint primario era costituito da una misura composita di morte, complicazioni e riospedalizzazioni a 30 giorni dall’intervento, mentre le stesse variabili prese singolarmente (con l’aggiunta della lunghezza dei ricoveri) costituivano gli endpoint secondari. Inoltre, sono state raccolte informazioni di natura demografica sia per quanto riguarda i pazienti, come l’età al momento dell’intervento, la località geografica di provenienza e lo status socioeconomico, sia relativamente ai medici, come l’età, il sesso, gli anni di pratica, la specializzazione e il volume annuale di interventi.

I risultati hanno messo in evidenza, per i pazienti operati da donne, una minore probabilità di andare incontro all’endpoint composito di morte, complicazioni e riospedalizzazioni a 30 giorni dall’intervento. Tuttavia, dall’analisi degli endpoint secondari questa differenza è risultata significativa solo per quanto riguarda la mortalità a 30 giorni e, svolgendo analisi ancora più approfondite, solo per gli interventi elettivi. “Abbiamo individuato outcome post-operativi migliori solo nei pazienti operati da donne in un contesto di chirurgia elettiva, – scrivono gli autori della ricerca – il che potrebbe riflettere una migliore selezione dei pazienti candidabili a un’operazione”. Altre possibili spiegazioni, secondo altri ricercatori, riguarderebbero un approccio alla cura maggiormente orientato al rispetto delle linee guida e alla centralità del paziente (3,4). 

“La differenza individuata in merito agli outcome a breve termine sarà anche significativa a livello statistico, ma lo è anche da un punto di vista biologico o clinico?”, si chiedono invece Derek Alderson e Clare Marx, rispettivamente l’attuale e l’ultimo Presidente del Royal College of Surgeons of England, autori di un editoriale di commento sul British Medical Journal (5). Secondo loro infatti, i pazienti che si sottopongono a questo tipo di procedure sarebbero più interessati agli outcome di salute a lungo termine. “I pazienti che subiscono un’artroplastica elettiva, per esempio, sono preoccupati dal ridursi del dolore e dalla possibilità di ritornare all’attività fisica, quelli affetti da cancro dal rischio di recidiva e dalle probabilità di sopravvivenza”. Anche dal loro punto di vista, inoltre, la differenza emersa in termini di riduzione della mortalità a 30 giorni sarebbe causata principalmente da “fattori confondenti non misurati”.

Risultano forse più significativi i dati riguardanti le disuguaglianze di genere in ambito chirurgico. Infatti, dei 3314 chirurghi considerati nello studio, solo 774 (23,4%) erano di sesso femminile. Queste, inoltre, hanno operato solo il 12,4% dei pazienti, mentre i medici di sesso maschile si sono occupati del restante 87,6%.  “La chirurgia è una specialità che continua a dover lottare con la presenza di bias inconsci, – hanno sottolineato Alderson e Marx – e le iniquità di genere persistono”. Proprio per manifestare contro questo problema, moltissime donne specializzate in chirurgia hanno recentemente postato su Twitter, utilizzando l’hashtag #ILookLikeASurgeon, migliaia di foto in cui riproponevano una copertina del New Yorker dedicata a questo tema (6). Secondo gli editorialisti del British Medical Journal, tuttavia, è soprattutto importante realizzare studi come quello dell’University of Toronto, in quanto questi “contribuiscono a combattere i bias esistenti e forniscono ulteriori evidenze a conferma delle competenze e dell’esperienza dei chirurghi di sesso femminile”.

In conclusione, secondo gli autori della ricerca “i risultati non supportano l’idea di una possibile selezione preferenziale del chirurgo in base al sesso”. Piuttosto, essi suggeriscono la necessità di indagare ulteriormente questi aspetti in coorti indipendenti, e attraverso metodi di ricerca differenti. Secondo Alderson e Marx però, se si considerano tutti i fattori in gioco, la ricerca dei motivi alla base di una così ridotta differenza tra outcome di salute in pazienti operati da chirurghi uomini e donne risulterebbe inutile: “Siamo convinti che il sesso del chirurgo non emergerà come determinante degli outcome di salute dei pazienti sottoposti a un intervento”.

Bibliografia

1. Tsugawa T, Jena AB, Figueroa JF, et al. Comparison of hospital mortality and readmission rates for Medicare patients treated by male vs female physicians. JAMA Internal Medicine 2017; 177: 206-13.
2. Wallis CJD, Ravi B, Coburn N, et al. Comparison of postoperative outcomes among patients treated by male and female surgeons: a population base matched cohort study. The British Medical Journal 2017; 359: j4366.
3. Thomas WE. Teaching and assessing surgical competence. Annals of the Royal College of Surgeons of England 2006; 88: 429-32.
4. Lurie N, Slater J, McGovern P, et al. Preventive care for woman. Does the sex of the physician matter? New England Journal of Medicine 1993; 329: 478-82.
5. Marx C, Alderson D. Improving patient outcomes after surgery. The British Medical Journal 2017: 359: j4580.
6. Ault A. #ILookLikeASurgeon Gets New Boost From New Yorker Cover. Medscape 2017. Pubblicato martedì 17 ottobre.

 

 

 

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