Chemioterapia e infertilità maschile, dagli USA una nuova speranza

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Dylan Hanlon aveva solo 9 anni al momento della diagnosi. Sarcoma di Ewing, un tumore raro dello scheletro che causa intensi dolori alle ossa, solitamente pelviche, toraciche o delle gambe. Dopo il primo trattamento sua madre, Christine Hanlon, scopre che tra i potenziali effetti collaterali delle terapie oncologiche c’è anche l’infertilità.  Scandalizzata, la donna si infuria con i medici, rei di non averla messa al corrente di tale possibilità. Anche se è ancora un bambino, sa che un giorno suo figlio desidererà di diventare padre. Dopo varie ricerche viene quindi a conoscenza del Magree Women’s Hospital di Pittsburgh: un centro specializzato dove si sta testando una procedura sperimentale in grado di riattivare le capacità riproduttive dei soggetti esposti a chemioterapia e radioterapia. La storia di Dylan, insieme a quella di altri pazienti, è raccontata in un articolo pubblicato recentemente su The Atlantic (1).

La tecnica in questione, il cui nome specifico è trapianto di cellule staminali spermatogoniali, è stata sviluppata dall’University of Pennsylvania School of Veterinary Medicine nel 1994, anno in cui è stata testata per la prima volta con successo in un campione di topi. Alcune cellule precorritrici degli spermatozoi vengono raccolte attraverso un prelievo di tessuto testicolare e successivamente trasformate artificialmente in cellule spermatiche. Queste vengono quindi re-infuse nei testicoli, dove riprendono a diffondersi e moltiplicarsi ristabilendo la normale funzione riproduttiva. “L’effetto non solo permette agli uomini che hanno perso la fertilità per effetto dei trattamenti oncologici di avere un figlio biologico, ma dà anche loro la possibilità di averlo alla vecchia maniera, e non in laboratorio”, scrive Rachel Mabe, autrice dell’articolo del The Atlantic. Inoltre, proprio perché si basa sull’utilizzo di cellule precorritrici, la procedura può essere fatta anche su ragazzi in fase prepuberale, non ancora in grado di produrre sperma.

Dopo averne discusso con Kyle Orwig, responsabile del Fertility-Preservation Program del Magree Women’s Hospital (2), Christine Hanlon decide quindi di esporre la possibilità al figlio Dylan. Nonostante le 12 settimane di trattamento, infatti, ci sono buone probabilità che il piccolo abbia ancora delle cellule staminali spermatogoniali sane e, quindi, utilizzabili. Inoltre, la informano che la tecnica è già stata testata con successo sui topi, sui porcellini d’India, sulle pecore e, dal 2012, sui primati non umani. Dylan, che odiava a tal punto la chemioterapia da sostenere di preferirvi la morte, si dimostra coraggioso ed entusiasta dell’idea. “Quindi sarei un porcellino d’India?”, scherza con la madre prima di sottoporsi al prelievo.

I medici di Dylan, al contrario, non sono così convinti. Gli oncologi, in genere, si preoccupano di salvare la vita dei propri pazienti e storgono il naso di fronte all’ipotesi di utilizzare tempo e risorse per finalità diverse dai trattamenti. “Se il paziente non è in vita la fertilità non è un problema”, scrive Mabe. Tuttavia, sostiene Orwig, la raccolta del tessuto testicolare non altera in alcun modo il normale programma terapeutico. Inoltre, dovrebbero essere proprio gli oncologi a aiutare i pazienti e le loro famiglie a decidere se intraprendere o no questo tipo di percorso. È quindi fondamentale, secondo il responsabile del Fertility-Preservation Program, educare i medici a non trascurare il problema dell’infertilità maschile e convincerli a esporre ai propri pazienti tutte le opzioni di cui dispongono.

Infatti, anche se la percentuale di donne e di uomini che soffrono di infertilità è più o meno simile (circa il 12%), gli ultimi tendono a preoccuparsene molto meno. E non solo, anche i loro medici tendono a non parlarne. Ora il trattamento in fase di sperimentazione al Magree Women’s Hospital apre la strada a nuove possibilità di intervento, particolarmente rilevanti di fronte ai recenti progressi dell’oncologia pediatrica che hanno permesso di raggiungere tassi di sopravvivenza che, per alcune patologie, possono arrivare al 90% (3). I responsabili sostengono infatti che, nonostante non sia ancora noto il periodo di tempo massimo entro cui i tessuti congelati devono essere utilizzati, è probabile che questi rimangano attivi per diversi anni. “Abbiamo evidenze, nei topi, di cellule staminali in grado di ripristinare la spermatogenesi dopo 14 anni di conservazione”, sostiene Orwig. Allo stesso modo, cellule uovo e spermatozoi si dimostrano spesso funzionali anche dopo diversi decenni di congelamento. Le probabilità di ristabilire con successo la fertilità sembrano quindi piuttosto elevate anche per un ragazzo come Dylan. Lui, attualmente sedicenne, non sa ancora che un giorno desidererà di diventare padre; sa, tuttavia, che se quel giorno dovesse arrivare, probabilmente dovrà ringraziare la caparbietà di sua madre.

Bibliografia

1. Mabe R. A new hope for male fertility after cancer treatment. The Atlantic 2017; pubblicato il 13 ottobre.

2. Magee-Womens Research Institute. Fertility Preservation Programme in Pittsburgh.

3. Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. Cos’è il cancro. Tumori pediatrici.

 

 

 

 

 

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