Dottorato di ricerca: gioie e dolori

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Di Luca Mario Nejrotti

Dottorato di ricerca (o PhD come si dice all’estero, Philosophiæ Doctor): il massimo grado di istruzione universitaria, ma, secondo una ricerca pubblicata da Nature (vedi), la fonte di problemi, preoccupazione, insicurezza per molti studenti.

Problemi mentali.
Il rapporto stilato nel 2017 da Nature ha coinvolto circa 5700 studenti in tutto il mondo e i risultati sono abbastanza chiari: se la maggioranza degli studenti, in generale, è soddisfatta dei programmi di dottorato, circa un quarto è preoccupato per la propria salute mentale. Tra questi, quasi la metà ha sofferto o soffre di ansia o depressione e ha cercato aiuto per questi problemi.
La principale difficoltà è legata allo stress del lavoro: si consideri che chi si dedica a un dottorato, per la prima volta nella carriera universitaria, è direttamente incaricato e responsabile di un lavoro di ricerca e sovente non è preparato al carico di pressione e competitività che ciò comporta.

Incertezza per il futuro.
Un problema collegato è poi quello dell’incertezza per il futuro: ci sono molti più studenti che professori (e questo significa che i tutor sono pochi e spesso incapaci di seguire gli studenti in modo continuativo) e, soprattutto, ci sono poche opportunità di lavoro in università. Gli studenti spesso temono che la professione dopo il titolo non sarà proporzionale allo sforzo necessario per ottenerlo, e sovente hanno ragione. Nonostante questo dato, la maggioranza degli studenti pone la carriera accademica in cima alle proprie visioni per il futuro professionale (il 52%, vedi).

Questione di tutor.
Molto fa il tutor: più di un quarto degli intervistati cambierebbe relatore, anche se la maggior parte è in generale soddisfatta della scelta di affrontare un dottorato. Nel gestire le difficoltà di un lavoro di ricerca, una figura di riferimento che aiuti gli studenti a superare gli ostacoli e le inevitabili delusioni delle aspettative è fondamentale e non sempre il personale docente si rivela in grado di svolgere il compito. Inoltre, i docenti sono spesso capaci di dare utili suggerimenti per la ricerca, ma sono impreparati a indirizzare gli studenti al di fuori dell’accademia. Ciò contribuisce al clima d’incertezza che mina la serenità di tanti giovani ricercatori.

Auto aiuto.
Sovente, chi cerca sostegno all’interno della struttura universitaria si trova in difficoltà, ecco perché sono nati gruppi d’auto aiuto studenteschi come Research Resilience, fondato a Sidney da Kate Samardzic, che organizza seminari mensili allo scopo di aiutare gli studenti a gestire il carico emotivo dei loro studi. Tra gli argomenti trattati ci sono meditazione e come evitare la “sindrome dell’impostore” (vedi e vedi), ossia l’incapacità di godere appieno dei propri successi e la sensazone insistente di non meritare il proprio posto.
A questi seminari partecipano anche 30-40 persone al mese.

Fonti.
https://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7677-549a?WT.mc_id=TWT_NJOBS_1709_2017GRADSURVEY_PORTFOLIO
http://www.nature.com/news/many-junior-scientists-need-to-take-a-hard-look-at-their-job-prospects-1.22879
https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_dell%27impostore
https://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7587-555a

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