Il cibo è denaro?

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Di Sara Boggio

Mentre la malnutrizione per scarsità di nutrienti è una delle condizioni patologiche che colpisce da sempre le parti più povere del mondo, obesità e disturbi correlati sono globalmente aumentate in modo progressivo negli ultimi decenni, e non solo nei paesi ricchi (vedi). Tra tutti i fattori che hanno contribuito a determinarne l’incremento, gli studi di settore tendono in genere a trascurarne uno che invece è tra i più importanti: il fattore economico. Il concetto è stato ampiamente ripreso nel focus dedicato all’alimentazione del primo numero di Torino Medica di quest’anno: “I poveri mangiano male. Da sempre. Cambia la provenienza dei cibi, la loro composizione, la disponibilità e la distribuzione. […]. Ma per chi si trova al fondo della scala sociale è cambiato poco: mangia di più rispetto al passato, anzi mangia troppo, ma peggio” (vedi).

Uno studio americano finanziato dalla Bill&Melinda Gates Foundation, pubblicato la scorsa primavera sul BMJ (vedi), evidenzia come finora la relazione tra reddito individuale, età/sesso e scelte alimentari sia stata indagata soltanto all’interno di singoli paesi, oppure all’interno di limitate aree geografiche. Le ricerche con una prospettiva globale, d’altra parte, si sono servite nella maggior parte dei casi di dati sulla spesa e sulla disponibilità alimentari basati rispettivamente sulla produzione agricola e sull’import/export. I risultati di questi studi, però, non tengono conto del consumo effettivo, e cioè delle reali abitudini alimentari della popolazione: di come il consumo vari a seconda del paese, delle caratteristiche demografiche degli individui nonché, appunto, del reddito.

Proponendosi di supplire a questa lacuna, lo studio americano ha analizzato i dati sui consumi alimentari della popolazione di 164 paesi in relazione a 11 categorie di cibi e bevande (verdura, frutta, frutta secca, cereali, legumi, pesce, carne rossa non processata, carne processata, bevande zuccherate, succhi di frutta, latte), cercando di mettere a fuoco l’influenza del fattore economico sia in termini di reddito pro-capite che di costi del prodotto finito. I dati sono stati attinti dal Global Dietary Database (vedi), che raccoglie le stime dei consumi delle principali categorie alimentari sulla base del paese di residenza e dell’anagrafica.

Le differenze di trend individuate dai ricercatori sono molteplici e, in alcuni casi, inaspettate. Uno dei dati che fa più riflettere è che la crescita economica, in varie parti del mondo, non ha coinciso con un miglioramento delle scelte alimentari. In Brasile, per esempio, le migliori condizioni finanziarie del paese risultano correlate a un costante incremento nei consumi di cibi pronti, ultra-processati e di basso valore nutritivo. In generale, la maggiore disponibilità economica può sistematicamente risultare associata ad abitudini alimentari peggiori: con l’aumento del reddito aumentano i pasti fuori casa, la domanda di cibi pronti (per bilanciare il maggior numero di ore dedicate al lavoro), la preferenza per i brand delle multinazionali (o dei prodotti dal marketing forte, capaci di imporsi per la ‘desiderabilità’ del marchio più che per l’apporto nutritivo).

Ciò detto, la relazione tra reddito, costo del cibo e preferenze alimentari rimane molto eterogenea su scala globale. Per esempio, l’incremento di reddito risulta associato a un maggiore consumo di frutta nella popolazione femminile adulta, mentre in quella maschile di età meno avanzata sembra non incidere in modo significativo. Le variazioni di prezzo delle bevande zuccherate determinano variazioni di consumo estremamente variabili, poco significative tra i giovani dell’America Latina, più importanti tra la popolazione maschile adulta dell’Europa dell’Est e dell’Asia centrale.

L’appello dei ricercatori alle organizzazioni che si occupano di salute e nutrizione a livello globale, e ai decisori politici che hanno la responsabilità di tradurre le loro indicazioni in accordi e normative, è di iniziare a tenerne conto.

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