Doping: una testimonianza molto preziosa

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L’illecito sportivo è un ambito oscuro in non pochi casi fino all’impenetrabilità. Fa notizia quindi una testimonianza di prima mano fornita da uno sportivo americano che si è avvalso di queste pratiche agendo per giunta alla luce del Sole (vedi). In questo caso si tratta di una batteria di esami ematochimici il cui prelievo è stato fatto a domicilio e che come primo risultato ha indotto nel nostro testimone uno spiccato aumento della frequenza della minzione perché l’operazione di doping aveva il valore aggiunto di farlo sentire malato nel tempo…fidelizzandolo quindi come cliente.

Il titolo di quest’articolo è lapidario ma chiaro: “Un test di sangue ha promesso di farmi diventare un corridore migliore, ma mi ha fatto soltanto preoccupare perché facevo troppa pipì”.

In una sorta di narrazione di delirio da efficienza, la testimonianza riferisce che l’incaricato del prelievo si è preoccupato anche di attivare (ma in modo assolutamente improprio e indesiderabile) un rapporto medico/paziente. Peccato che il destinatario, paziente non lo fosse per niente anche se avrebbe potuto diventarlo in breve tempo se non avesse fatto ricorso all’aiuto del suo medico curante per gestire le sue ansie indotte dal marketing sanitario.

“Dopo avermi fatto un sacco di domande su quello che mangiavo- confessa il nostro sportivo- (il prelevatore di sangue) mi ha insegnato a ridurre il sale, ma mi ha anche invitato a parlare con il mio medico.

Lo faccia prima che sia troppo tardi, ha detto a questo “malato di rene” potenziale. (Sempre secondo il prelevatore) I miei reni avrebbero potuto perdere fino al 90% della loro funzionalità prima di avere un sintomo.

L’unico modo di saperlo è ripetere questi test casuali, e questo è spaventoso”.

“Ho parlato con il mio medico, che mi ha consigliato di non farmi spaventare. Quando persone sane vengono sottoposte ad esami inutili -mi ha detto- non è insolito ottenere risultati accidentali e inattesi: valori che sembrano un po’ alterati, in realtà non significano nulla di cui preoccuparsi”.

In questa frase si può trovare tutta l’importanza di questa preziosa testimonianza, perché identifica molto bene il ruolo che il medico (e in Italia, dove l’accesso al Ssn è di tipo universalistico, segnatamente quello di famiglia) deve svolgere nella tutela dei cittadini, malati o sani che siano: anche e forse soprattutto da rischi subdoli (perché ammiccanti) della cosiddetta “Medicina Potenziativa”.

Il doping invece fa notizia soltanto quando uno sportivo famoso viene “pizzicato” positivo dopo l’assunzione di qualche sostanza proibita e sempre troppo poche sono le inchieste sul mondo sportivo dilettantistico.

Il problema della lotta al doping è tuttavia molto ben presente alla Sanità pubblica che da anni cerca di intervenire per intercettare con sempre maggior anticipo gli effetti nefasti di una cultura diffusa di un benessere fisico, sempre più irreale, diversificato e impossibile: in realtà utile bacino di un… mercato selvaggio.

Tutto muove dalla falsa convinzione che ci si possa sentire non soltanto bene, ma “più che bene”; al benessere è necessario lo sport, di cui è importante per troppi solo il risultato, buono per un titolo di giornale o un limite fisiologico da forzare e superare ad ogni costo.

Questa lotta tra tutela istituzionale della salute e salutismo pericoloso si avvale in Italia dei benefici di una legge, la 376 del 14 dicembre 2000, che comprende anche il lavoro svolto dalla “Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive” e una serie di strutture operative medico-sanitarie che operano sinergicamente a livello internazionale.

Nel 1999 è stata fondata, infatti, la World Anti Doping Agency (WADA – Agenzia Mondiale Antidoping: www.wada-ama.org), organismo mondiale, indipendente e intergovernativo che coordina l’antidoping a livello mondiale e a cui ogni Nazione e Federazione sportiva, nazionale ed internazionale, deve fare riferimento (vedi).

Il CONI è per l’Italia l’Organizzazione Nazionale Antidoping (NADO), ovvero l’Ente nazionale al quale compete la massima autorità e responsabilità in materia di attuazione ed adozione del Programma Mondiale Antidoping WADA (World Anti Doping Agency).

Tra i suoi compiti a questo proposito sono compresi la pianificazione ed organizzazione dei controlli sugli atleti, la gestione dei risultati dei test e la conduzione dei dibattimenti istituzionali su questo tema (vedi).

Il Ministero della Salute informa poi che in base all’Accordo Stato-Regioni e Province autonome del 28 luglio 2005, concernente le “Linee guida sui requisiti organizzativi e di funzionamento dei laboratori antidoping regionali” sono state delineate le procedure per l’accreditamento dei Laboratori Antidoping Regionali (LAD) da parte del Ministero della Salute, previa valutazione dell’Istituto superiore di sanità. Lo scopo è di assicurare standard minimi di sicurezza e qualità in favore della tutela degli atleti e dell’intera società (vedi). Due di queste strutture hanno raggiunto addirittura lo standard istituzionale di Centri Regionali Antidoping: una è operativa in Piemonte (vedi) e l’altra il Emilia-Romagna (vedi).

Si tratta di eccellenze sanitarie, che si scontrano però con un nemico molto più difficile da sconfiggere di quello costituito dai laboratori clandestini, che sfornano molecole proibite sempre più selettive e diversificate: è la pseudocultura dell’efficienza fisica, del risultato da raggiungere comunque, di un’ebbrezza edonistico-consumistica da vivere ad ogni costo…fino a morirne.

 

 

 

 

 

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