Bufale in rete: nuove strategie per vecchi problemi

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In qualsiasi corso di giornalismo nella prima lezione si spiega che è una notizia “il padrone che morde il cane” e non lo scontato contrario. Nel secondo “incontro frontale”, come si dice oggi, viene insegnato che quando si racconta una notizia bisogna rispettare la “Regola delle 5 W”: “w” è la prima lettera della versione inglese delle parole “chi”, “quando”, “dove”, “come” e “perché”. Tra l’identificazione di una possibile notizia e il suo racconto c’è sempre però la verifica dei fatti: un’operazione sulla quale si gioca buona parte della reputazione professionale del giornalista.

Ma l’esplosione dei social media e della Rete ci ha trasformato tutti non soltanto in potenziali giornalisti ma anche in editori di noi stessi però senza i vincoli, i freni, gli ostacoli e le opportunità di confronto che offre una redazione tradizionale. In Rete la “redazione” è la platea a volte sterminata di tutti coloro che riprendono, commentano, rilanciano le nostre micro o macro-produzioni giornalistiche. Una notizia viene quindi continuamente dissezionata, ricomposta, ricondizionata… in una diretta senza fine.

Sono queste le condizioni ideali che hanno promosso al ruolo di evento mediatico, di costume, o di reato … notizie false che spesso si generano in modo spontaneo in un immaginario “Bar Sport” dalle dimensioni mostruose che è Internet. Ma Internet, come sosteneva Umberto Eco, è anche uno strumento di lavoro e non soltanto di svago per perditempo: è quindi poco equilibrato oltre che poco professionale demonizzare il “medium” : ricordiamo chi, negli Usa, derideva Bell e la sua volontà di creare una rete telefonica alla fine dell’Ottocento, in quanto era convinto che il telefono fosse una diavoleria in grado di irretire soltanto qualche decina di abitanti del Nuovo Mondo.

Quindi per contrastare le bufale, considerate come l’ultima versione moderna delle bibliche “piaghe d’Egitto”, invece di demonizzare i social media sarebbe molto più utile alfabetizzare giornalisticamente gli utenti dei social e in ogni caso, da subito, è necessario fornire degli strumenti realmente fruibili di difesa, da affiancare a quelli più istituzionali che consentono di aumentare il livello di tutela. Ma lavorare soltanto sul livello di tutela (come si tende naturalmente a fare ovunque) potrebbe essere inutile. Un nuovo ruolo per il giornalismo professionale (che vive una lunga e profonda crisi di identità dagli esiti incerti) potrebbe essere ad esempio il controllo delle notizie già diventate di dominio pubblico per identificare, almeno a posteriori, le “bufale”: un impegno che nell’immancabile versione inglese viene definito come “fact cheking”, attività di caccia alle “fake news”che altro non sono se non le nostre bufale (Vedi).

Nulla vieta (anzi, tutto consiglia) di affiancare questo nuovo impegno ad un percorso formativo sempre più diversificato e fruibile per aumentare non soltanto il livello diffuso di sensibilità nei confronti del tema della circolazione delle false notizie ma anche la possibilità di azione individuale che potrebbe essere implementata dalla “capacità di riverbero” tipica dei social media. Un esempio di quanto la Rete offre in questo campo è già da ora scaricabile a questo link (Vedi). Difficile non condividere l’introduzione tematica con cui si accede a questo spazio della Rete: “C’è un mantra che chi frequenta il mondo dell’informazione conosce bene: se sembra troppo bello per essere vero, probabilmente non lo è. Con riferimento alle notizie, mette in guardia da tutti quei fatti che ogni giorno raggiungono newsroom e giornalisti e che però non possono (e non devono) essere considerati notizie.

Se c’è una minaccia alla credibilità dell’informazione digitale, infatti, si tratta delle bufale. Il mito della velocità e dell’aggiornamento continuo, la necessità di competere con i social e gli altri ambienti digitali dove le notizie corrono istantaneamente spesso inducono chi si occupa d’informazione a cadere nella trappola di notizie non verificate, false o confezionate ad hoc in una logica “acchiappa like”.

La vera soluzione? Riscoprire i tempi di un giornalismo “slow”, che punti alla qualità più che alla quantità di notizie e all’aggiornamento continuo e, nel frattempo, preoccuparsi di diffondere una cultura del fact-checking, letteralmente della verifica delle notizie”.

E la salute non a caso è uno dei “must”, uno dei più frequentati ambiti, di utilizzo dei social media. Basta considerare i flussi informativi generati dal movimento “No Vax” e gli effetti devastanti causati da questa operazione mediatica. Lo sa molto bene la FNOMCeO che tra le istituzioni sanitarie si è posta da tempo il problema su come arginare questo fenomeno pericoloso e dilagante, inaugurando uno spazio della Rete dove si possono trovare risposte validate scientificamente a gettonati quesiti sulla salute (Vedi), (Vedi).

Un possibile aiuto a questa opera meritoria (attivato nel vasto campo della formazione) può essere rappresentato da questo link (Vedi) che è una piccola pubblicazione multimediale finalizzata ad un’autotutela di base nei confronti dei pericoli da bufale proprio in ambito medico-sanitario.

 

 

 

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