Cadute nell’anziano, come prevenirle?

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Per una persona anziana una caduta si risolve spesso, a causa degli infortuni che da questa derivano, in una limitazione della propria autonomia e un peggioramento della qualità di vita. Inoltre, come è stato dimostrato in diversi studi, episodi del genere possono portare, purtroppo, anche alla morte (1,2). Esistono però dei programmi di prevenzione finalizzati a ridurre il rischio di cadute in queste fasce di età. Ma in cosa consistono? E quali sono i più efficaci? Per rispondere a queste domande un gruppo di ricerca canadese ha pubblicato sul JAMA i risultati di una meta-analisi degli studi condotti in quest’ambito (3). Molti degli interventi proposti nelle ricerche prese in considerazione si sono dimostrati efficaci nel ridurre la probabilità di caduta tra i soggetti anziani, ma – come sottolineato dagli autori – è anche emerso che “la scelta del programma dovrebbe essere effettuata sulla base dei valori e delle preferenze dei pazienti e dei loro familiari”.

Secondo le informazioni raccolte dal National Institute of Aging, negli Stati Uniti la prevalenza di cadute tra gli individui di età superiore ai 65 anni è pari al 36% (4). Questi episodi rappresentano dunque un onere sostanziale per i pazienti ma anche per i sistemi sanitari: è stato calcolato, ad esempio, che nel 2012 le cadute sono costate 31 miliardi di dollari al programma statunitense di assicurazione Medicare (5). Inoltre, gli anziani che vanno incontro a questi episodi hanno una probabilità maggiore di sviluppare disturbi ansiosi e depressivi (6,7). “Dato l’invecchiamento della popolazione che si sta verificando a livello mondiale, ci si aspetta che l’incidenza delle cadute continui ad aumentare – scrivono gli autori dell’articolo del JAMA – e pertanto sarà sempre più importante, per i sistemi sanitari, cercare di prevenirle”.

La meta-analisi canadese ha preso in considerazione 303 studi, 283 trial clinici randomizzati e 20 relazioni di accompagnamento, per un totale di 159.910 partecipanti. Gli interventi implementati in queste ricerche andavano dalla valutazione del rischio di caduta alla supplementazione del calcio o della vitamina D, dalla terapia cognitivo-comportamentale alle modificazioni della dieta e all’utilizzo di dispositivi come bastoni da passeggio, stampelle e deambulatori. Sono state analizzate anche diverse strategie di miglioramento della qualità assistenziale implementate a livello del paziente (es. educazione, promozione dell’autonomia), del clinico o del medico (es. registri elettronici, case management, formazione) o del sistema sanitario (es. incentivi finanziari, cambiamenti nei meccanismi di rimborso).

Dai risultati è emerso che interventi basati sull’esercizio fisico sono, da soli, efficaci nel ridurre il rischio di cadute. Allo stesso modo, la probabilità di andare incontro a infortuni a seguito di questi episodi è risultata diminuita, rispetto alle cure standard, con l’implementazione di protocolli combinati basati su esercizio fisico, valutazione e trattamento dei problemi visivi, modificazioni dell’ambiente e supplementazione della vitamina D. In particolare, la combinazione di esercizio fisico e gestione dei problemi visivi è risultata associata a una riduzione maggiore della probabilità di andare incontro a cadute. Le strategie per il miglioramento della qualità sono risultate più efficaci quando implementati a livello del paziente e clinico, a partire dagli interventi educativi per arrivare all’integrazione di meccanismi di feedback visivi e uditivi.

“La scelta dell’intervento dovrebbe essere effettuata sulla base delle caratteristiche del singolo”, commentato gli autori. Per esempio, in alcuni individui l’esercizio fisico può associarsi a un rischio maggiore di cadute in quanto può accadere che questi, sentendosi più forti a livello muscolare, comincino a muoversi di più. “I pazienti possono essere informati di questa possibilità, – scrivono gli autori – ma ogni invito alla cautela deve tenere conto della necessità di migliorare la mobilità ed evitare fenomeni di decondizionamento”.

In conclusione, i risultati della meta-analisi pubblicata sul JAMA suggeriscono di incoraggiare i pazienti a fare esercizio fisico, a sottoporsi a valutazioni della vista frequenti e, nei casi a rischio, a considerare una terapia per l’osteoporosi, e di scegliere il protocollo di prevenzione sulla base delle caratteristiche del paziente, oltre che sulle sue preferenze e valori.

Bibliografia

  1. Gill TM, Murphy TE, Gahbauer EA, et al. Association of injurious falls with disability outcomes and nursing home admissions in community-living older persons. American Journal of Epidemiology 2013; 178: 418-25.
  2. Siracuse JJ, Odell DD, Gondek SP, et al. Health care and socioeconomic impact of falls in the elderly. American Journal of Surgery 2012; 203: 335-8.
  3. Tricco AC, Thomas SM, Veroniki AA, et al. Comparisons od interventions for preventing falls in older adults: A systematic review and meta-analysis. JAMA 2017; 318: 1687-99.
  4. Cigolle CT, HA J, Min LC, et al. The epidemiologic data on falls, 1998–2010: more older Americans report falling. JAMA Internal Medicine 2015; 175: 443-5.
  5. Burns ER, Stevens JA, Lee R. The direct costs of fatal and non-fatal falls among older adults – United States. Journal of Safety Research 2016; 58: 99-103.
  6. Kumar A, Carpenter H, Morris R, et al. Which factors are associated with fear of falling in community-dwelling older people. Age Ageing 2014; 43: 76-84.
  7. Parry SW, Deary V, Finch T, et al. The STRIDE (Strategies to Increase confidence, InDependence and Energy) study: cognitive behavioural therapy-based intervention to reduce fear of falling in older fallers living in the community- study protocol for a randomized controlled trial. Trials 2014; 15: 210.

 

 

 

 

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