Dallo scandalo dei farmaci antitumorali alle azioni con i pazienti

Condividi sui Social

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Dieci anni fa la prima diagnosi di tumore primario del surrene curato con radioterapia. Diciotto mesi fa la quarta ricaduta. I colleghi medici le avevano prospettato quattro diverse possibili linee di trattamento: intervento chirurgico immediato (ritenuto molto rischioso); chemioterapia adiuvante, con lo scopo di ridurre il tumore prima della chirurgia; inserimento nel protocollo di uno studio clinico di fase 1 (tentativo naufragato perché non era eleggibile allo studio); un altro ciclo di radioterapia come il tumore primario; mitotane, un vecchio farmaco ma noto per gli effetti collaterali difficile da tollerare. “La proposta di non fare nulla non è mai stata pronunciata, sebbene avrei voluto esplorare anche questa ipotesi”, scrive Tessa Richards, medico e patient editor del BMJ, rileggendo il suo viaggio di paziente oncologica alla luce del cosiddetto “scandalo sui farmaci oncologici” che ha tenuto banco i mesi scorsi.

Lo scandalo, ricordiamo, era scoppiato con la pubblicazione, ad ottobre, di alcuni articoli su The BMJ che minano la fiducia dei cittadini nelle nuove terapie, negli studi che ne dimostrerebbero l’efficacia, nelle procedure di approvazione e, non da ultimo, nei prescrittori. Gli articoli dimostravano che in Europa e anche negli Usa la gran parte dei nuovi antitumorali è arrivata sul mercato senza solide prove di benefici sulla sopravvivenza globale e sulla qualità di vita, mettendo così in luce l’altra faccia della medaglia nella procedura di autorizzazione accelerata e condizionata dei farmaci. Il fast track comporta infatti l’immissione in tempi brevi di farmaci i cui benefici, in termini di sopravvivenza e tossicità, sono ipotizzabili sulla base di pochi dati clinici disponibili e sono dimostrabili solo su un periodo di osservazione più esteso, nella fase del postmarketing. Il rischio però è di approvare farmaci altamente costosi con uno scarso valore aggiunto terapeutico. In un editoriale di accompagnamento, Vinay Prasad, oncoematologo della Oregon Health and Sciences University, aveva commentato che quello di cui hanno bisogno i medici non sono nuove opzioni terapeutiche ma “buone opzioni, cioè farmaci con benefici provati”.

Nei giorni scorsi, sempre sul BMJ, la Richards ha aggiunto che se “il costo per le casse pubbliche è sbalorditivo, quello per i pazienti che direttamente sopportano il peso di un trattamento inefficace e tossico è incalcolabile”. Cosa può pensare un paziente con tumore che legge sulle testate dei giornali laici o delle pagine web titoli come quello del Daily Mail online, “Costly cancer drugs that don’t help patients”? Come continuare ad avere fiducia del sistema salute? Come (poter) scegliere la miglior cura possibile?

Per la Richards lo “scandalo dei farmaci oncologici” non fa altro che confermare la necessità di coinvolgere il paziente e di metterlo al centro, in linea con il movimento “Che la rivoluzione dei pazienti cominci” di cui è paladina che era stato lanciato tre anni dal BMJ. “Il complesso sistema sanitario industriale è accusato di perdere la sua missione etica. Questa corruzione nella missione dell’assistenza sanitaria – si legge nell’editoriale – richiede una correzione urgente. E come farlo se non ricorrendo ai pazienti? Molto più dei medici sono i pazienti a capire la realtà della loro condizione, l’impatto della malattia e del trattamento sulle loro vite e come i servizi potrebbero essere meglio progettati per aiutarli”.

La qualità dei processi decisionali può migliorare informando e coinvolgendo il paziente ad ogni livello, a partire dall’accesso completo alle proprie cartelle cliniche e agli esiti dei propri esamini diagnostici. La questione però non è solo informare ma anche spiegare le diverse opzioni perseguibili, presentandole come ipotesi e cercando di capire, attraverso l’ascolto, quali sono le preferenze del singolo paziente. Il punto di vista del paziente e i sui bisogni possono trasformare il sistema di cura.

Inoltre, aggiunge la Richards, deve essere un imperativo coinvolgere cittadini e pazienti nella ricerca e nei convegni di medicina e meeting multidisciplinari. Venire a conoscenza dei bias, degli errori, delle frodi e dei risultati non pubblicati e prenderne consapevolezza può servire per affrontare insieme ostacoli e problemi, commenta la Richards nelle tre pagine del BMJ in cui elenca punto per punto cosa deve essere risolto piuttosto che ignorato. Le parole chiave sono responsabilità, trasparenza, dialogo, coinvolgimento. E anche rispetto perché tutto comincia con il rispettare i pazienti come persone che devono avere uguaglianza di parola nei processi decisionali che li riguardano come malati, anche come cittadini: “Niente su di noi senza di noi”.

 

Bibliografia

 

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF