Warfarin: nella prevenzione di alcuni tumori

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di Mario Nejrotti

Quando un preparato presente nell’armamentario terapeutico da un tempo lunghissimo, molto diffuso nella pratica medica, pare dimostrare efficacia in campi patologici, almeno all’apparenza, lontani da quelli usuali, la notizia non può non destare interesse e curiosità nei clinici, anche se un sano scetticismo è d’obbligo.

È il caso del Warfarin, anticoagulante orale, molto usato per prevenire e curare, fenomeni trombotici, specie in pazienti cardiopatici o portatori di fibrillazione e  flutter atriali.

Ma una sua capacità di prevenzione per alcuni gruppi di tumori è sorprendente e ancora poco studiata.

Su Jama Network, nella sezione Internal Medicine, è stato pubblicato di recente (Novembre 2017) un articolo (vai all’articolo di Jama) su una ricerca dell’Università di Bergen, in Norvegia, che ha esaminato un considerevole campione di persone.

Sono stati, infatti estratti i dati del Norwegian National Registry confrontati con il Norwegian Prescription Database e il Cancer Registry of Norway.

Il gruppo di ricerca ha osservato 1.256.725 cittadini norvegesi, nati fra il 1924 e il 1954 e sono stati valutati coloro i quali avevano avuto una prescrizione di warfarin fra il 2004 e il 2012 (circa 90.000 persone) e una diagnosi di tumore formulata fra il 2006 e il 2012. I dati sono poi stati analizzati tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017.

La coorte è stata sostanzialmente divisa in 2 gruppi: coloro che assumevano warfarin e gli altri. Più in specifico si sono identificati anche due sottogruppi di persone, che erano in terapia  con warfarin per fibrillazione o flutter atriale.

I pazienti in terapia dovevano averlo ricevuto per almeno 6 mesi ed almeno 2 anni prima dalla eventuale diagnosi di ogni cancro.

In questa popolazione, si è notato che l’uso di warfarin è associato a un minor rischio di tumori tra i più comuni come polmone, prostata, mammella, rispetto a chi non assume il farmaco.

Solo per tumore al colon e tumori cutanei non melanotici non si è avuta la stessa relazione positiva.

Anche nei due sottogruppi di soggetti con fibrillazione e flutter atriale è emersa la stessa associazione protettiva, con una riduzione statisticamente significativa dell’incidenza dei tumori.

Il meccanismo di questo interessante effetto preventivo del warfarin potrebbe essere dovuto ad una sua peculiarità, verificata a dosi non anticoagulanti,  che aumenterebbe la risposta immune e inibirebbe la tumorogenesi, mediante l’inibizione del recettore codificato dal gene AXL.

Il che può spiegare la sua migliore efficacia preventiva nei tumori a maggiore espressività proprio del gene AXL, come quello del polmone, mammella e prostata.

Lo studio non è privo di criticità, come hanno ammesso gli stessi ricercatori.

Infatti, non sono state raccolte informazioni sulle altre terapie farmacologiche seguite dai pazienti.

Inoltre, la terapia a base di warfarin potrebbe essere concomitante ad altri problemi di salute, che potrebbero concorrere a spingere i pazienti ad un comportamento più prudente, riguardo a fattori di rischio e, quindi preventivo, per diverse patologie, indipendentemente dal supposto effetto del farmaco.

Infine, qui si tratta di uno studio osservazionale, che non è in grado di stabilire relazioni di causa-effetto.

Il dato che emerge resta comunque importante: un’ampia popolazione sembra avere un rischio ridotto di contrarre tumori quando assume warfarin.

Oltre a questo, l’osservazione pone domande importanti per la maggiore utilità di questa terapia, poco costosa, ma che necessita di numerosi controlli da parte dei pazienti, per equilibrare l’effetto tra potere antitrombotico e rischio emorragico.

Per questa ultima necessità, in tempi recenti, è stata spesso scartata in favore di altri farmaci anticoagulanti orali.

Secondo alcune stime, nei paesi occidentali il warfarin è, nonostante tutto, ancora prescritto nel 10% della popolazione adulta.

Ulteriori studi saranno in grado di confermare o smentire questa associazione con una riduzione di incidenza dei tumori e di comprendere meglio gli eventuali meccanismi protettivi del farmaco e, forse, una sua azione terapeutica nei casi di tumore già diagnosticato e metastatico.

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