Chiedimi se sono felice

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di Mario Nejrotti

Misurare la “felicità”, intesa come qualità di vita, ma anche come percezione personale da parte dei pazienti affetti da una patologia, è un campo di indagine che non può essere risolto solo con la valutazione dei sintomi e delle limitazioni conseguenti alla patologia o agli effetti della terapia.

Si è assistito negli ultimi decenni ad una progressiva diminuzione del danno alla salute provocato da sindromi acute o da complicanze acute di patologie croniche e quindi alla diminuzione della percezione di preoccupazione soggettiva ad esse legata.

Si è portati a pensare, ad esempio, che le patologie infettive o i fatti acuti cardiovascolari, terrore del secolo scorso, possano trovare rapida soluzione chirurgica o farmacologica e quindi siano meno temibili e addirittura che valga meno la pena di mettere in atto comportamenti che le prevengano. Esempio classico degli ultimi anni l’infezione da HIV  . Lo stesso cancro, grazie al progredire della ricerca e al comparire dei nuovi farmaci, si sta trasformando in una  patologia di lunga durata e il vissuto di malati e famiglie sta lentamente mutando.

A livello globale stanno aumentando i malati cronici e le patologie lentamente degenerative, insieme a un progressivo incremento della aspettativa di vita.

Il progresso, se pure a diverse velocità nelle nazioni del globo, alimenta nella popolazione aspettative e desiderio di realizzazione, con gli inevitabili contrasti e crisi sociali conseguenti.

La paura dei sani è di perdere lentamente parte delle proprie facoltà fisiche e mentali e non poter più accudire alle proprie necessità e realizzare i propri desideri. Nell’età di mezzo lo spauracchio della demenza è più forte della paura di malattie pericolose, ma per cui si percepisce qualche possibilità concreta di cura immediata.

La considerazione per “l’infelicità” dei pazienti legata alla presenza di una malattia è un campo interessante e forse ancora poco esplorato dagli addetti ai lavori, impegnati sostanzialmente e psicologicamente a “salvare la vita” dei propri pazienti, tralasciandone la qualità come elemento accessorio, non indispensabile.

Dal 2012 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in occasione di eventi politici internazionali, pubblica un Rapporto Mondiale della felicità   che prova a misurare questo personalissimo concetto con parametri che possano renderlo più obiettivo.

Il Rapporto indica criteri sociali e ambientali generali, ma anche la valutazione delle condizioni soggettive e di lavoro di ciascun individuo, che possono misurare il suo grado di felicità.

A parte la disputa sulla scientificità di voler rendere obiettivo un concetto che non potrà mai esserlo, il campo di indagine è affascinante per i risvolti sanitari e politici che porta con sé.

Già ora l’approvazione di un farmaco è legata essenzialmente a tre parametri: la sua novità di azione rispetto all’esistente, la sua efficacia obiettiva e la sua tollerabilità da parte dei pazienti.

I due primi concetti sono sicuramente difficili da misurare, ma rientrano in ambiti di ricerca ben consolidati. L’ultimo è quello più legato alla percezione soggettiva.

Quindi, fa notizia, pur con le sue ovvie limitazioni, legate alla committenza industriale del lavoro, il rapporto sull’influenza di una grave patologia cutanea come la Psoriasi sulla felicità dei pazienti.

Il rapporto è stato pubblicato dall‘Happines Research Institute di Copenhagen, in collaborazione con il LEO Innovation LAB , del gruppo LEO Pharma, e ha interessato oltre 120.000 persone, che hanno risposto on line ad un’intervista in 184 Paesi.

 Il report, inoltre, ha cercato di misurare il deficit di felicità, tra la popolazione generale e le persone con Psoriasi in 19 Paesi, tra cui l’Italia, usando come benchmark, appunto, il World Happiness Report 2017.

L’obbiettivo di studio interessante è di fornire dati per prendere decisioni politiche e costruire strategie in grado di garantire  un maggiore benessere a questo genere di pazienti, che ammontano a 125.000.000 nel mondo.

Influenze culturali e tradizioni hanno condizionato le risposte alle interviste, portando anche a risultati a sorpresa. Infatti, pazienti di Paesi come il Messico, Colombia, Spagna e Brasile, che non compaiono nella top ten dei più felici nel rapporto dell’OMS, patirebbero di meno la condizione patologica di quelli che vivono nei Paesi del Nord Europa, dati invece come più felici nel medesimo rapporto.

Il Rapporto dell’Happines Research Institute, che si può leggere integralmente qui (vedi) prende in considerazione, a prescindere dalla gravità della malattia e dalla sua localizzazione, anche sensazioni, come il senso di solitudine e di frustrazione, legate alla malattia e anche il sollievo della presa in carico da parte del sistema sanitario e del medico di famiglia, che sono giudicati molto importanti.

L’Italia, nella classifica dei 19 Paesi in cui è stato misurato il divario tra sensazione di felicità generale e dei soggetti portatori di Psoriasi, si colloca solo al 16° posto, per una diffusa sensazione di disagio, che investe i principali aspetti della vita quotidiana.

Si apprende che, tra l’altro, gli italiani malati di Psoriasi si sentono supportati in modo efficace dal medico di famiglia, ma hanno una scarsa fiducia nell’impegno del servizio sanitario per migliorare la loro condizione.

Si dimostra ancora una volta che nel nostro Paese le eccellenze individuali compensano le ataviche carenze di nostro sistema politico e sociale.

 

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