Causa del decesso: emarginazione sociale

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Il livello socioeconomico di un individuo influisce notevolmente sulla sua salute: in generale, più in basso questo si posiziona sulla scala sociale, tanto peggiori sono le sue condizioni psicofisiche. All’estremo inferiore di questo gradiente, tuttavia, tale effetto potrebbe essere ancora più accentuato. Una revisione pubblicata sulla rivista The Lancet ha recentemente indagato tassi di mortalità e di morbilità di quattro popolazioni emarginate – senza tetto, tossicodipendenti, detenuti e prostitute – mettendo in evidenza come queste siano costantemente esposte a rischi molto elevati in termini di salute (1). A dimostrazione di ciò, in queste categorie sociali il tasso di mortalità è risultato estremamente elevato, anche rispetto ai valori medi delle aree più deprivate.  “La sfida – ha sottolineato Michael Marmot, docente di epidemiologia e salute pubblica dell’University College London e autore di un articolo di commento sullo stesso numero di The Lancet (2) – è quella di far rientrare in gioco queste popolazioni socialmente escluse, dando loro l’opportunità di far parte di una società diversa e fiorente”.

I ricercatori hanno preso in considerazione 337 studi realizzati in 38 paesi diversi, il 42,1% dei quali riguardava tossicodipendenti, il 27,1% detenuti, il 26,6% senza tetto e il 4,2% prostitute. “Queste popolazioni hanno caratteristiche comuni – scrivono Aldridge e colleghi, autori della ricerca – e vivono esperienze che determinano un grado di esclusione sociale considerevole”. I risultati della loro meta-analisi hanno messo in evidenza, in queste categorie, percentuali più elevate di malattie infettive, infortuni, avvelenamenti, neoplasie e malattie cardiovascolari. Inoltre, è emerso un tasso di mortalità fino a 8 volte maggiore per gli uomini e fino 12 volte maggiore per le donne. Un dato allarmante se si considera che nelle aree meno sviluppate di Inghilterra e Galles, ad esempio, il tasso di mortalità risulta “solo” 2,8 volte più elevato per gli uomini e 2,1 volte per le donne rispetto ai contesti più avanzati da un punto di vista socioeconomico (3). In altre parole, la condizione di emarginazione sociale vissuta da senza tetto, tossicodipendenti, detenuti e prostitute espone queste popolazioni a rischi, in termini di salute, che superano di gran lunga anche quelli già affrontati da chi vive nelle aree meno sviluppate.

“Le cause dell’elevato tasso di mortalità e morbilità dei gruppi sociali emarginati non sono molto diverse da quelle che determinano la disuguaglianza di salute in genere, – scrive Marmot – ma differiscono nel grado”. A prescindere dai fattori, molteplici e tra loro interagenti, che portano all’esclusione sociale, queste persone finiscono per vivere esistenze più brevi e spesso senza alcuna possibilità di riscatto. La sfida è quindi reintegrare questi gruppi nei meccanismi della società da cui sono stati esclusi, dando loro la possibilità di vivere in condizioni di salute almeno paragonabili a quelle del resto della popolazione. Un obiettivo che, per quanto ambizioso, non è irraggiungibile.

Una seconda meta-analisi pubblicata su The Lancet ha infatti analizzato le evidenze riguardanti gli interventi atti a ridurre le disparità di salute emerse in queste popolazioni, alcuni dei quali si sono dimostrati efficaci (4). Tuttavia, come sottolineato da Marmot, la maggior parte di questi programmi agisce a livello individuale, come nel caso dei trattamenti farmacologici per il trattamento dei tossicodipendenti, mentre situazioni di questo tipo andrebbero probabilmente affrontate su più livelli.

“C’è stata meno attenzione sugli interventi strutturali”, sottolinea il docente dell’University College London. “A prendere in considerazione solo il numero di articoli scientifici pubblicati si finirebbe per investire più risorse nei trattamenti farmacologici e nella gestione dei casi singoli, ignorando fattori quali le condizioni abitative e la povertà”. L’importanza di tenere presente elementi contestuali emerge chiaramente dall’analisi del caso dei detenuti. Questa popolazione presenta un tasso elevatissimo di mortalità per tutte le cause e di mortalità associata a infortuni e avvelenamenti. Parte delle problematiche di salute individuate in questa categoria sociale potrebbe però non dipendere dall’incarcerazione in sé. “Ad esempio, – scrive Marmot – un detenuto può diventare tale proprio a cause dei suoi rapporti con la droga”. Inoltre, è noto che l’esposizione a traumi infantili può determinare una vulnerabilità all’abuso di sostanze e allo sviluppo di patologie mentali e comportamenti violenti, tutte condizioni che possono portare, in futuro, a un’incarcerazione.

Uno dei motivi per cui si procede alla detenzione di individui è, ovviamente, la protezione dei cittadini. Tuttavia, è difficile pensare che la reclusione di un giovane con disturbi del comportamento, psicopatologie e altre comorbilità in un contesto come quello del carcere – che favorisce la violenza, l’abuso di sostanze e lo stigma – sfoci in una situazione diversa da quella dell’emarginazione sociale. Partendo da questo assunto, è interessante notare che i tassi di incarcerazione variano fortemente da nazione a nazione. Ad esempio, in Giappone questo è pari a 48 detenuti ogni 100.000 abitanti, nel Regno Unito a 148 ogni 100.000 abitanti e negli Stati Uniti a 698 ogni 100.000 abitanti (5). “Queste differenze – sottolinea Marmot – riflettono tassi diversi di criminalità, ma anche approcci diversi a livello giuridico, delle forze dell’ordine e  relativi alla disponibilità di armi”.

Interventi finalizzati a ridurre le disuguaglianze di salute relative alle popolazioni emarginate dovrebbero quindi prevedere l’azione integrata di servizi sanitari e sociali. “Inoltre, –  sottolineano Aldridge e colleghi – questi non dovrebbero prendere in considerazione solo le disparità più estreme ma anche condizioni con un rischio relativo più basso e un tasso di mortalità più elevato, come le patologie cardiovascolari”. Inoltre, secondo gli autori, la capacità di far fronte alle necessità delle popolazioni più emarginate dovrebbe rappresentare un indicatore chiave della qualità delle politiche sanitarie e sociali. Senza tetto, tossicodipendenti, detenuti e prostitute costituiscono categorie la cui condizione determina disuguaglianze di salute rilevanti e tali da non poter più essere ignorate. “Abbiamo bisogno del coinvolgimento della società nella sua interezza – conclude Marmot – per affrontare le cause dell’emarginazione sociale e le sue conseguenze in termini di salute. Un approccio di questo tipo, oltre a essere la cosa giusta da fare, potrebbe anche determinare un risparmio di risorse”.

 

 

Bibliografia 

  1. Aldridge RW, Story A, Hwang SW, et al. Morbidity and mortality in homeless individuals, prisoners, sex workers, and individuals with substance use disorders in high-income countries: a systematic review and meta-analysis. The Lancet 2017; pubblicato online l’11 novembre.
  2.  Marmot M. Inclusion health: addressing the causes of the causes. The Lancet 2017; pubblicato online l’11 novembre.
  3. Romeri E, Baker A, Griffiths C. Mortality by deprivation and cause of death in England and Wales, 1999–2003. Health Statistics Quarterly 2006; 32: 19-34.
  4. Luchenski S, Maguire N, Aldridge RW, et al. What works in inclusion health: overview of effective interventions for marginalised and excluded populations. Lancet 2017; pubblicato online l’11 novembre.
  5. Walmsley R. World prison population list. Eleventh edition.

 

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