Cambiamento climatico ed energie sostenibili: una questione politica

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Di Sara Boggio

In un articolo dedicato all’alfabetizzazione scientifica, pubblicato tempo fa su queste pagine (vedi), si rilevava che più della metà della popolazione degli Stati Uniti non crede che il cambiamento climatico dipenda dalle azioni dell’uomo. Come si trattasse, appunto, di un’opinione personale, o di un dogma che richiede un atto di fede. In un altro articolo, che invece faceva il punto su politiche industriali e attivismo ambientalista nel continente australiano, si sottolineava come i dubbi sul tema, più che spie di ignoranza o ingenuità, lo siano di malafede: “Uomini politici di rilievo mettono regolarmente in discussione il fatto che il cambiamento climatico sia reale – si diceva al proposito riportando un articolo del Lancet – nonostante le evidenze scientifiche dimostrino che i suoi effetti sono già in atto in diverse parti del continente” (vedi). Lasciando in secondo piano lo scetticismo alimentato ad arte, passiamo questa volta al fronte della ricerca, prendendo nuovamente a riferimento il Lancet.

La rivista britannica, nel 2015, ha istituito una commissione appositamente dedicata al monitoraggio del cambiamento climatico (Commission on Health and Climate Change). Scopo della commissione è tutelare i parametri di salute (del pianeta e della popolazione) sollecitando le risposte politiche necessarie al caso. In un report pubblicato poco dopo l’avvio dei lavori (vedi) i componenti della commissione – oltre a sottolineare che le mutazioni del clima rappresentano una delle opportunità di cambiamento più significative del XXI secolo – individuavano un programma di obiettivi da realizzare in cinque anni (quindi entro il 2020). La parte più ambiziosa del documento è quella che include le raccomandazioni ai governi, ai quali viene ribadita la necessità di investire nella ricerca sulla relazione tra cambiamento climatico e salute pubblica; aumentare il finanziamento per la creazione di sistemi sanitari “resilienti al clima”, soprattutto nei paesi a medio e basso reddito; nonché proteggere la salute respiratoria e cardio-vascolare delle popolazioni avviando la transizione dal consumo di carboni fossili alle energie rinnovabili. In attesa di feedback concreti da parte degli interlocutori istituzionali, la rivista continua a raccogliere e pubblicare letteratura di supporto.

L’ultimo studio sul tema riguarda l’impatto del cambiamento climatico sul tasso di mortalità della popolazione, argomento particolarmente complesso, data la difficoltà di stabilire relazioni lineari tra dati epidemiologici e popolazioni/aree geografiche/climi tra loro anche molto lontani ed estremamente eterogenei (vedi). Il team di ricercatori che firma lo studio, finanziato dal Medical Research Council del Regno Unito (vedi), fa capo al Dipartimento di Ricerca sulla Salute sociale e ambientale della London School of Hygiene & Tropical Medicine. Per la raccolta dei dati, si è fatto riferimento al Multi-Country Multi-City Collaborative Research Network, un programma di ricerca internazionale dedicato al rapporto tra clima e salute, istituito all’interno della stessa London School Hygiene & Tropical Medicine (vedi).

I dati presi in considerazione, relativi a un arco di tempo di circa vent’anni (dal 1984 al 2015), includono la temperatura media quotidiana di 451 località distribuite in 23 paesi del mondo e il tasso di mortalità (per tutte le cause e per cause interne) di oltre 85 milioni di individui. Stabilita una relazione tra temperatura e mortalità, i ricercatori hanno ipotizzato delle proiezioni a un secolo suddividendole in quattro diversi scenari climatici. I risultati delle ipotesi di proiezione indicano un generalizzato aumento del tasso di mortalità legato alla temperatura, ma con importanti differenze geografiche. In alcune aree temperate del Nord Europa, dell’Asia dell’Est e dell’Australia, i picchi meno intesi, sia di caldo che di freddo, ridurrebbe l’impatto sulla salute a effetti marginali. Le zone più calde dell’America e dell’Europa centro-meridionale, e soprattutto il Sud-Est asiatico, subirebbero invece un drastico aumento dell’impatto generato dal surriscaldamento, con incrementi, a fine secolo, variabili dal 3% in America Centrale al 12,7% nel Sud-Est asiatico. Il dettaglio dei dati, con supplementi di grafici e tabelle, si può consultare qui). Ma come ricordava la stessa commissione del Lancet in coda all’appello ai governi: passare a una economia globale sostenuta da energie rinnovabili non è più una questione tecnica, bensì politica.

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