La telemedicina non si addice alle tossicodipendenze

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Di Sara Boggio

Dopo aver riconosciuto che la ‘crisi degli oppioidi’ è un problema reale (vedi), il presidente Trump ha introdotto un’agevolazione per l’accesso alla cura che, secondo un articolo di NPR, sarebbe peggiore del male: “Adesso – scrive l’autrice del pezzo – i medici possono prescrivere le medicine per il trattamento della dipendenza virtualmente, senza nemmeno vedere il paziente di persona” (vedi). Stando al titolo dell’articolo, il tema in cui va inscritta la questione è il bacino – a maglie molto larghe e con applicazioni tutt’altro che uniformi, negli Stati Uniti come altrove – della telemedicina. Anche se, in questo caso, potremmo più genericamente parlare di ‘assistenza a distanza’, senza scomodare le tecnologie più avanzate della sanità elettronica.

Nello stato dell’Indiana i programmi di cura che associano tossicodipendenze e telemedicina sono consentiti dall’inizio del 2017. Una delle cliniche che se ne avvale (del gruppo Prestige Clinics, vedi) dispone a tale scopo di un servizio di ‘telecounselling’: una volta alla settimana, i pazienti ricevono consulenza psicologica tramite video chiamata. Se partecipano regolarmente alle sedute, e se i test delle urine risultano negativi, l’assicurazione sanitaria garantisce loro la copertura del trattamento (che include farmaci come il Suboxone); diversamente la copertura dei costi non viene garantita, nel qual caso il trattamento viene di norma interrotto. Se da una parte la consulenza a distanza offre l’ovvia agevolazione di annullare i tempi di spostamento (che in alcune aree degli Stati Uniti possono rappresentare un ostacolo proibitivo) e così di raggiungere un maggior numero di pazienti, dall’altra presenta altrettanto ovvi limiti. Secondo il medico che coordina le attività della clinica, il percorso di cura non può escludere la visita di persona: solo con l’interazione diretta è possibile stabilire un rapporto di fiducia, perché solo il rapporto ‘in presenza’ consente di percepire la persona nel suo complesso, cogliendo per esempio i messaggi non verbali, come il linguaggio del corpo. Senza contare aspetti più prosaici ma non meno importanti, come la verifica del test delle urine, che in remoto non consente di accertare se il campione appartenga al paziente; a distanza, spiega ancora il medico interpellato, non è nemmeno possibile verificare con certezza che il paziente stia assumendo la terapia anziché rivenderla, come a volte capita.

Il ricorso alla telemedicina, in ambiti di cura così complessi e delicati, non sembra insomma potersi prospettare come strada maestra; la ragione per cui viene comunque, almeno in parte, praticata è fondamentalmente di natura economica. Gli interventi necessari a un percorso di cura da dipendenza non sono sempre rimborsabili, e questo è uno dei motivi per cui, da un lato, i medici disposti a operare nel settore scarseggiano, dell’altro si ricorre a soluzioni più economiche come appunto la consulenza a distanza. Secondo l’opinione di un altro medico che opera in un contesto simile (psichiatra e coordinatore del programma per le tossicodipendenze della Eskenazi Health), “la telemedicina è una bella idea in teoria, ma non risolve il problema della scarsità di personale”. Un ambito in cui invece può essere molto utile è quello della formazione per operatori e professionisti. A questo fine, sempre negli Stati Uniti, esistono vari progetti già attivi. NPR ricorda al proposito il Project Echo (vedi), di cui a suo tempo si era data notizia anche su queste pagine (qui, a partire dalla presentazione, in effetti generosamente ottimistica, di STAT: vedi).

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