Schizofrenia, un avatar per gestire le allucinazioni uditive

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Immaginate di sentire, nella vostra testa, una o più voci che vi ripetono continuamente quanto siete inadeguati, che vi offendono e vi sminuiscono.  Immaginate di non poter fare nulla per eliminarle e di dover accettare che, in tutta probabilità, non scompariranno mai. Questa è la situazione drammatica in cui vivono alcune persone che soffrono di schizofrenia, soprattutto se non rispondenti alla terapia farmacologica o cognitivo-comportamentale.  Tuttavia un nuovo approccio, al centro di uno studio pubblicato recentemente sulla rivista The Lancet Psychiatry, offre ora una rinnovata speranza (1). Si chiama AVATAR therapy e consiste nel far interagire il soggetto affetto da schizofrenia con una rappresentazione virtuale, un avatar appunto, caratterizzato dall’aspetto e dalla voce dei personaggi che popolano le sue allucinazioni. Così facendo gli psicologici aiutano il paziente ad affrontare i fantasmi che lo tormentano, agendo sulla relazione che a questi lo lega.

La terapia farmacologica è solitamente abbastanza efficace nel ridurre la frequenza e la gravità delle allucinazioni uditive e visive, ma nel 25% dei pazienti questo approccio si rivela inutile (2). Si può agire sul problema con un trattamento cognitivo-comportamentale ma l’effetto è solitamente ridotto e la necessità di risorse – in termini, ad esempio, di formazione dei terapeuti – rende accessibile questo tipo di interventi solo a un numero limitato di pazienti. I soggetti non rispondenti alle terapie sono quindi costretti a vivere costantemente in presenza di queste manifestazioni uditive e visive, alle quali associano identità precise e con cui instaurano delle vere e proprie relazioni interpersonali o, per meglio dire, intrapersonali. Tuttavia, poiché nella maggior parte dei casi le voci assumono un carattere maligno e inquietante, la relazione del paziente psicotico con le sue allucinazioni è spesso caratterizzata da sentimenti di inferiorità e sottomissione.

Proprio su questo aspetto si fonda l’approccio dell’AVATAR therapy. “La tecnologia può oscurare o potenziare la nostra visione della realtà, – scrivono Ben Alderson-Day della Durham University e Nev Jones dell’University of South Florida, autori di un articolo di commento su The Lancet Psychiatry (3) – ma l’AVATAR therapy sembra fornire un metodo potente per personificare ed esternare un fenomeno interiore e altamente intrusivo”. I pazienti vengono infatti guidati nella creazione di una rappresentazione digitale dell’entità che riconoscono come la sorgente delle loro allucinazioni. Definito il “personaggio”, vengono poi sottoposti a sedute della durata di 10-15 minuti in cui interagiscono verbalmente con lui o con lei. Da una seconda stanza il terapeuta sceglie se parlare utilizzando la sua voce o quella dell’avatar, monitorando le reazioni del soggetto attraverso una telecamera. L’audio della sessione viene poi registrato e consegnato al paziente, il quale può così riascoltarlo nei giorni che precedono la sessione successiva.

Per valutare l’efficacia di questo approccio terapeutico i ricercatori hanno progettato un trial clinico randomizzato controllato che ha coinvolto 150 pazienti, 75 dei quali sono stati sottoposti ad AVATAR therapy e 75 a un trattamento basato su sedute di counselling supportivo. Dai risultati del follow-up a 12 settimane, è emersa una riduzione significativamente maggiore, rispetto al gruppo di controllo attivo, della gravità delle allucinazioni uditive nel gruppo sottoposto ad AVATAR therapy. Inoltre, i partecipanti hanno riportato delle modificazioni nelle caratteristiche delle voci; in particolare, esse venivano percepite come meno onnipotenti. “Considerando che la maggior parte dei pazienti reclutati soffriva di allucinazioni uditive da più di 20 anni, questi risultati non vanno sottovalutati”, sottolineano Alderson-Day e Jones.

Tuttavia, al follow-up a 24 settimane non sono invece emerse differenze tra i due gruppi: entrambe le tipologie di trattamento hanno garantito lo stesso effetto in termini di riduzione della frequenza e della gravità delle “voci”. Inoltre, il numero di soggetti che ha smesso completamente di allucinare è risultato simile in entrambe le popolazioni. Nonostante i risultati incoraggianti, confermati anche dal mantenimento dell’effetto a sei mesi dall’inizio del protocollo, rimangono quindi degli interrogativi importanti riguardo il ruolo dell’AVATAR therapy nel trattamento delle allucinazioni uditive dei pazienti affetti da schizofrenia. In particolare, in futuro sarà fondamentale capire quali sono i meccanismi sottostanti l’effetto associato a questo approccio terapeutico.

L’AVATAR therapy potrebbe infatti agire sul paziente in sé, dotandolo degli strumenti per controllare meglio le “voci” e poter interagire con loro in modo più assertivo e consapevole, ma potrebbe anche influenzare le allucinazioni e la loro manifestazione, modificandone il contenuto, la valenza e l’intensità. “È poi possibile che non siano le ‘voci’ o chi le sente a cambiare, – spiegano Alderson-Day e Jones – bensì la relazione che esiste tra loro. Pertanto, sarebbe importante esplorare i vari schemi di natura sociale che entrano in gioco quando le persone hanno delle allucinazioni uditive”. Infine, l’effetto potrebbe semplicemente essere diverso da soggetto a soggetto: per alcuni il trattamento potrebbe rappresentare un modo per gestire meglio l’ansia e le paure associate alle “voci”, mentre per altri potrebbe essere la chiave per arrivare a una remissione completa.

“Per comprendere le dinamiche complesse alla base di questo approccio, è necessario guardare sia al passato che al futuro”, sottolineano Alderson-Day e Jones. Bisogna capire, ad esempio, se questo trattamento può risultare efficace solo nei pazienti che soffrono di allucinazioni da molti anni o anche in quelli che vivono le fasi di esordio della patologia. Ciò comporta la comprensione dei meccanismi che determinano una personificazione delle “voci” e lo sviluppo delle relazioni sociali che gli schizofrenici finiscono per vivere con esse. Infine, ulteriori ricerche saranno necessarie per individuare i fattori che potrebbero favorire una ricaduta al momento della conclusione del protocollo terapeutico. “Bisogna applaudire agli sforzi e i risultati ottenuti dal team di ricerca , – concludono i due autori – ma la domanda ora è: come continua questa conversazione?”.

 

Bibliografia 

  1. Craig TKJ, Rus-Calafell M, Ward T, et al. AVATAR therapy for auditory verbal hallucinations in people with psychosis: a single blind, randomised controller trial. The Lancet Psychiatry 2017; DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S2215-0366(17)30427-3.
  2. Aleman A, Laroi F. Insights into hallucinations in schizophrenia: novel treatments approach. Expert Review of Neurotherapeutics 2011; 11: 1007 – 1015.
  3. Alderson-Day B, Jones N. Understanding AVATAR therapy: who, or what, is changing? The Lancet Psychiatry 2017; DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S2215-0366(17)30471-6.
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