Colesterolo LDL e ApoB: l’inizio di una lunga battaglia

di  Mario Nejrotti

La cultura e la sensibilità popolare sui rischi dell’alimentazione con troppi grassi animali è andata modificandosi negli ultimi dieci anni, grazie anche agli sforzi dei governi e dei medici che si sono prodigati in campagne di massa e personali per una migliore alimentazione e per stili di vita più salutari.

Anche l’industria alimentare di settore si è inserita in questo processo, spesso anche con messaggi fasulli e volutamente terrorizzanti (vedi), mirando al consueto obiettivo di allargare al massimo possibile il mercato dei consumatori di prodotti supposti salutistici con effetto ipocolesterolemizzante. Per queste strategie diverse industrie sono state multate dall’autorità dell’Antitrust negli anni scorsi per pubblicità ingannevole. (vedi) ,  come riportato anche in questo portale (vedi) .

Ma oltre alla scarsa rilevanza sulla salute, legata all’assunzione di questo o quello yogurt, il settore industriale continua ad inculcare nella popolazione la convinzione che l’unico parametro per misurare il rischio aterosclerotico, sia il colesterolo totale.

In effetti il valore è facile da ottenere, di scarso costo e di semplice comprensione per tutti.

Ma da ormai anni si è compreso che il colesterolo totale non è sufficiente a dare una valutazione completa del rischio cardio vascolare (RCV). Si sono, infatti, introdotti altri parametri ( colesterolo HDL, LDL, Trigliceridi, Colesterolo non HDL), che rendono il giudizio più prossimo alla realtà del singolo soggetto, anche in rapporto ad altre patologie presenti (diabete, obesità) e ad una visione più globale della situazione dei cittadini.

Ora il cardiologo Allan Sniderman della McGill University di Montreal, in Canada in un recente articolo comparso su  Science sostiene che sia giunto il tempo di mandare in soffitta il test del Colesterolo totale che, indicando l’insieme delle varie proteine veicolanti il colesterolo (HDL, LDL, VLDL) non darebbe informazioni, se non indicative, sul rischio reale del paziente.

Basarsi su questo dato, sostiene il cardiologo canadese, metterebbe il paziente in una doppia situazione di rischio o un’eccessiva rassicurazione, che lo potrebbe spingere a non badare più a stili di vita salutistici, o per converso, a una inutile terapia per un tempo indefinito, esponendolo a potenziali effetti indesiderati anche gravi.

La proposta è di sostituire decisamente il vecchio esame con il dosaggio, poco costoso, 20 $ circa su vasta scala, di una lipoproteina , l’Apolipoproteina B (ApoB), che veicola le molecole di colesterolo circolanti nel sangue e sarebbe un indice molto più fedele del RCV.

Non tutti gli esperti sono d’accordo. Molti sostengono che cambiare i confini di normalità/anormalità nelle malattie cardiovascolari potrebbe comportare una destrutturazione grave dello status quo diagnostico terapeutico, almeno negli Stati Uniti.

In un recente incontro dell’American Heart Association (AHA), ad Anaheim, in California, Sniderman ha presentato una revisione dei dati contenuti nel National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), un famoso censimento sulla salute della popolazione degli Stati Uniti. Sono stati confrontati i dati dei cittadini che mostravano diverse letture dell’ApoB, ma livelli identici di colesterolo non-HDL (Colesterolo Totale- Colesterolo HDL). L’indice di rischio sembrava meglio determinato dalla lipoproteina.

La ApoB, sostengono i gruppi a favore della sua valutazione, dà un’immagine più reale della concentrazione delle particelle di LDL e VLDL colesterolo, che circolano nel sangue e che quindi hanno più probabilità di rimanere  intrappolate nelle pareti arteriose.

Non è una guerra tra coloro che valutano la novità e i più conservatori. Tutti ammettono che basare le decisioni terapeutiche sui livelli di Colesterolo LDL è abbastanza preciso, perché dà un’indicazione accurata del rischio cardiovascolare del paziente nell’85% dei casi. Ma questo vuol dire che un 15% dei cittadini USA sfuggono ad un giudizio corretto e questo può essere numericamente un vero problema, sostiene l’autore.

Inoltre Sniderman ricorda che già in altri suoi lavori aveva rivalutato i dati del famoso Framingham Heart Study, che ha studiato le cause delle malattie cardiovascolari per quasi 70 anni. I pazienti con le migliori probabilità di sopravvivenza per almeno 20 anni avevano bassi livelli di ApoB e di colesterolo non-HDL. Ma i pazienti più a rischio avevano alti livelli di ApoB, anche se il loro colesterolo non-HDL era basso. Questi dati correlano con quanto appena riscontrato nella rivalutazione dell’NHANES.

La discussione resta accesa, come sempre quando compaiono nuove teorie e quando la genetica, come in questo caso, con recentissimi studi, tende a tipizzare i pazienti in gruppi sempre più specifici, per creare terapie individualizzate.  La valutazione della ApoB, in quest’ottica, potrà forse divenire un indice indiretto più sensibile, per individuare gruppi genetici a maggior rischio.

Nell’articolo di Science si riporta anche l’opinione di Jennifer Robinson, dell’Università dell’Iowa, di Iowa City, cardiologo ed epidemiologo preventivo, già vice presidente del comitato che ha redatto le più recenti raccomandazioni ACC / AHA del 2013. Egli afferma:”Ma i vantaggi valgono questa rivoluzione? Il povero medico in prima linea non vuole pensare all’ApoB e al colesterolo non-HDL. Sono troppe informazioni! E quando si danno alla gente troppe informazioni, vengono ignorate.”

Noi siamo invece convinti che i medici “in prima linea”, di qua e di là dell’Atlantico, sapendo gestire il presente della scienza medica in campo di prevenzione e  valutazione del RCV, siano perfettamente in grado di recepire, qualora confermate e validate, anche novità diagnostiche, se più vantaggiose per la salute della popolazione a loro affidata: con buona pace di ottimi yogurt che vengono ingurgitati da ingenui cittadini in base al solo valore del colesterolo totale.

A volte l’ossequio alla tradizione può essere pericoloso e anche sospetto.