Intelligenza collettiva e istituzioni: il punto di vista di Geoff Mulgan

Di Sara Boggio

Nell’era di Internet la nozione di ‘intelligenza individuale’ sta diventando anacronistica: lo sviluppo delle tecnologie digitali, la possibilità di condividere opinioni e soprattutto di organizzare strategie di problem-solving in scala sempre più ampia, suggerisce di adattare le nostre modalità di ragionamento alla nozione di ‘intelligenza collettiva’. Coniata dal filosofo francese Pierre Lévy già all’inizio degli anni novanta, l’espressione è nota, ma nel concreto quanto ci aiuta, oggi, l’interconnessione delle menti nel cyberspazio? Quanto è diffusa, e con quali risultati, negli enti e nelle istituzioni pubbliche? A queste domande, e a molte criticità correlate, dedica un’approfondita riflessione Geoff Mulgan nel suo ultimo libro, Big Mind – How collective intelligence can change our world (uscito a fine novembre per la Princeton University Press, non tradotto in italiano), cui «Nature» riserva questa recensione, mentre l’introduzione del testo si può leggere qui.

Mulgan è un nome noto nel campo dell’innovazione digitale, soprattutto in relazione a uno degli ambiti più lenti a recepirne le applicazioni: quello delle istituzioni pubbliche. Già visiting professor presso la London School of Economics, la University College London e la Melbourne University, Mulgan ha ricoperto diversi incarichi pubblici ai tempi di Tony Blair (tra i quali la direzione del dipartimento governativo dedicato all’innovazione), presta regolarmente consulenza a enti e organizzazioni (governative e non) e ha pubblicato vari saggi sull’intreccio tra innovazione, pratica politica e scienze sociali. Oggi è il direttore esecutivo di Nesta (National Endowment for Science, Technology and the Arts: vedi), fondazione no-profit e think tank con base a Londra dedicata proprio all’applicazione di soluzioni innovative nei settori chiave per il benessere dei paesi: dall’educazione alla salute, dall’economia all’organizzazione delle attività politiche. Democratizzazione delle tecnologie (quindi diffusione a costi contenuti e semplicità di apprendimento nell’uso), attenzione all’utilità reale delle applicazioni, equilibrio tra gerarchie verticali e accesso orizzontale, nonché tra privacy e ‘openness’, sono alcune delle costanti che orientano il suo pensiero, tra i più consapevoli ed equilibrati nell’esteso panorama di settore.

Nell’ultimo libro Mulgan ripercorre l’evoluzione, fino a oggi, dell’intelligenza collettiva passandone al setaccio limiti e potenzialità. I vantaggi che derivano dalla connessione digitale è ovvio quando si tratta di aggregare ampie quantità di informazioni. Basta pensare alla differenza tra la compilazione dell’Oxford English Dictionary (nato nel corso dell’Ottocento grazie a migliaia di volontari che inviavano i vocaboli e le rispettive etimologie agli editori) e la realizzazione di Galaxy Zoo, progetto di ‘mappatura dell’universo’ al quale hanno partecipato migliaia di utenti per classificare le immagini delle galassie raccolte dalla Sloan Digital Sky Survey (vedi), “concludendo in sei mesi il lavoro che, affidato a uno studente universitario, avrebbe richiesto anni di impegno a tempo pieno”. A molti meccanismi di cooperazione virtuale, regolarmente operativi, non facciamo nemmeno più caso. Amnesty International, per esempio, coordina un network composto da decine di migliaia di volontari che segnalano le violazioni dei diritti umani in 150 paesi del mondo. Nell’ambito della salute, viene citato il caso di una ragazza affetta da diabete che, insoddisfatta dall’imprecisione dei device disponibili, ne ha creato uno su misura, e ha poi deciso di rendere la tecnologia disponibile a chiunque avesse necessità simili. Risultato: una comunità online di 400 pazienti diabetici che condividono suggerimenti sui rispettivi device, letture e aggiornamenti sul tema.

Tutto ciò detto, e questo è il punto che preme in particolare all’autore, pensieri e azioni condivisi su larga scala non necessariamente ci aiutano a prendere decisioni con maggiore cognizione di causa, soprattutto in ambiti complessi e altamente specialistici, che incidono su più aspetti della vita delle persone (come il settore legislativo). Per poter sfruttare a pieno le potenzialità dell’interconnessione virtuale, sostiene Mulgan, occorre elaborare strumenti di coordinamento che siano in grado di riunire la mole di singoli contributi in unità organica: le singole intelligenze, appunto, in intelligenza realmente collettiva.

Questo tipo di intervento spetta precisamente, secondo Mulgan, alle istituzioni pubbliche, che “nonostante l’avvento della rivoluzione digitale, sono rimaste esattamente come una generazione fa”. Come affermava già anni fa in occasione di una conferenza sul futuro dell’innovazione (vedi), sperimentare nell’ambito dell’intelligenza collettiva significa anche, come in ogni altro ambito, commettere errori e dover ricominciare; l’unica opzione che, a questo punto della storia, non si può scegliere è l’immobilità. La sfida consiste, quindi, nel cercare il giusto equilibrio tra la rigidità degli organismi istituzionali e la fluidità dell’intelligenza virtuale: una via di mezzo tra immobilismo e caos, per trovare la quale le tecnologie non mancano. L’appello, al solito, è alla volontà politica.