Pensiero di Natale: anche farsi capire serve a migliorare la medicina

di Mario Nejrotti

Negli articoli scientifici gli acronimi per indicare sindromi, patologie, pratiche diagnostiche e terapeutiche sono sempre più presenti . Giornalisti, medici, ricercatori non possono fare a meno di inserire nel contesto qualche sigla, che riassuma i nomi completi.

Prendiamo, a caso, una breve comunicazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco, del 18 Dicembre 2017, nella News Letter, Pillole dal Mondo, striscia quotidiana, molto seguita e utile per medici e operatori sanitari. (vedi comunicato originale)

In essa si parla di una malattia rara, la sindrome di Churg-Strauss, ovverosia la granulomatosi eosinofila con poliangioite.

Nel comunicato si riferisce dell’approvazione negli Stati Uniti, da parte della Food and Drug Administration, del mepolizumab, già in uso per altre patologie, che si è dimostrato efficace anche per questa patologia. Una nuova possibilità per questi pazienti, affetti da una malattia grave, di alleviare finalmente in maniera stabile, almeno si spera, i pesanti sintomi respiratori e vascolari, che ad essa si accompagnano.

Il breve scritto, molto chiaro e conciso, contiene una serie di acronimi che fanno riflettere sull’ utilità, la chiarezza e gli scopi per cui vengono usati, a prescindere dalla loro più o meno facile interpretazione e dal fatto di essere scritti, la prima volta che compaiono nel comunicato, tra parentesi accanto ai nomi completi.

Confesso, a scanso di equivoci o polemiche, che chi scrive ha fatto e fa uso di questo discutibile strumento di comunicazione sia verbale sia scritta. Ma, come per molte altre nostre  abitudini, date per scontate e mai più ridiscusse, forse una riflessione si può fare.

Il primo motivo che viene in mente per l’uso e l’abuso  delle sigle è che esse possano rendere conciso il testo scritto.

Quindi, estremizzando, per raggiungere il massimo di questo primo obiettivo,  il comunicato che abbiamo preso ad incolpevole esempio, potrebbe suonare così:

“Aifa: l’FDA, negli USA, ha approvato l’estensione delle indicazioni del mepolizumab, anticorpo monoclonale IgG1 kappa, prodotto da DNA ricombinante, anche per l’EGPA, che precedentemente poteva essere trattata solo con OCS.”

Chiaro, no? Sicuramente estremamente conciso.

Ma perché risparmiare parole o spazio nel parlato o negli scritti scientifici?

Quando la  stampa cartacea ingabbiava ogni articolo in un numero fisso di battute, poteva avere una giustificazione pratica abbreviare numero e dimensione delle parole, anche al limite della comprensione.

 Oggi nel web, dove lo spazio è virtuale e praticamente illimitato, una parola in più o in meno è del tutto ininfluente ai fini della pubblicazione di uno scritto in un portale o in un blog.

Nel parlato scientifico poi il consumo di fiato e di energia degli oratori per enunciare  nomi e luoghi per esteso sembra influire veramente poco sul tempo della loro sopravvivenza.

È  vero che nel linguaggio moderno, soprattutto tra i più giovani, la comunicazione per crasi e simboli è molto diffusa e variegata. Ma a parte i paventati rischi per lo sviluppo cerebrale delle nuove generazioni,  in ambito scientifico siamo sicuri che questa abitudine sia davvero utile?

Un motivo meno evidente, e non dimostrabile senza essere tacciati di fare il processo alle intenzioni, potrebbe anche essere l’attitudine da parte del mondo scientifico a ritenersi un gruppo elitario, che comunica attraverso un linguaggio criptico da iniziati  per marcare la distanza tra le proprie conoscenze e quelle di un “volgo” indistinto.

Ogni ambito medico-scientifico, ma anche altre aree del sapere, ha i propri specifici acronimi.

Mano a mano che la comunicazione si allarga, però, a fasce più ampie di operatori  o di cittadini la comprensione di quelle misteriose sigle diminuisce, anche se procedure di ricerca e azioni diagnostico terapeutiche specifiche,  una volta chiarite, spesso risultano molto facilmente comprensibili a tutti.

Aumenta invece, soprattutto nei sanitari di altre specialità o di base, l’imbarazzo, quasi sempre inconfessato, di non riuscire a decodificare la sigla. Il disagio cresce se l’abitudine agli acronimi si trasferisce su referti e cartelle cliniche, che risultano incomprensibili questa volta ai pazienti, che poi chiedono spiegazioni al medico, non esperto di criptografia.

L’incertezza nelle risposte può generare due gravi problemi: perdita di fiducia nella medicina e incremento di preoccupazione nei malati per le loro reali condizioni e necessità.

Quindi, dalla letteratura medica per addetti ai lavori, alla stampa scientifica di divulgazione, ai referti e cartelle cliniche, sarebbe bene ripensare all’abuso di sigle non di dominio comune, anche perché spesso citate come acronimo di lingua inglese e  poi riportate nel testo con il loro significato italiano.

La comunicazione a qualunque livello deve risultare prima di tutto comprensibile ed efficace e per esserlo non ha molta importanza se gli scritti o i discorsi diventano un poco più lunghi.

 

BNT!

(Buon Natale a Tutti!)