Fake news, lettori digitali e pazienti reali

Di Sara Boggio

I dati riportati nel 51o rapporto Censis, presentato a Roma a inizio dicembre, rispecchiano le abitudini di un mondo che, nel processo (né concluso né uniforme) di metabolizzare la rivoluzione digitale, appare sempre più digitalizzato. Così confermano i canali di fruizione dell’informazione e dello svago (una sintesi del report è riportata qui, un’altra qui).

I lettori della carta stampata sono progressivamente diminuiti dall’inizio del nuovo millennio a oggi. La tiratura dei quotidiani si è ridotta della metà, passando dai circa 6 milioni del 2000 a meno di 3 milioni del 2016. Poco più di un terzo degli italiani dichiara di leggere regolarmente un quotidiano mentre un numero crescente di lettori preferisce aggiornarsi tramite Internet: innanzitutto con i social network (al primo posto Facebook, canale favorito dal 35% della popolazione intervistata con picchi del 48% tra i più giovani), poi con motori di ricerca come Google (nel 21% dei casi) e infine per mezzo di altri canali, come YouTube, che viene scelto come mezzo di informazione dal 12% degli intervistati.

Sempre secondo il rapporto Censis, quasi l’80% degli italiani ritiene anche che la diffusione delle fake news sia un fenomeno pericoloso, in grado di inquinare il dibattito pubblico e di favorire il populismo (così sostengono rispettivamente il 74 e il 69% del campione).

Ma che cosa succede quando a circolare con la velocità di diffusione del web, arrivando a tutta la mole (crescente) di lettori digitali, è una notizia pseudo-scientifica o una scorretta informazione su un argomento di medicina? Sui risvolti del fenomeno in tema di salute si è ampiamente discusso qui (vedi) e se ne parla ulteriormente nell’ultimo numero di «La Professione» (vedi) che inquadra il tema nella più ampia cornice della ‘comunicazione in sanità’ (riportando gli atti del convegno nazionale FNOMCeO dedicato al tema).

Ribadite le specifiche difficoltà che spettano alla divulgazione medico-scientifica, Misinformation e Fake News in medicina si sofferma, in particolare, sui meccanismi alla base dei comportamenti dei gruppi che si formano in rete e sul modo in cui questi comportamenti incidono sulla formazione e sul consolidamento delle opinioni. Tra i tanti esempi di disinformazione amplificati dai canali di comunicazione digitali, si evidenzia il caso delle teorie cospirazioniste, di cui vengono messe in rilievo due principali caratteristiche: la struttura narrativa semplice (che, a differenza del discorso scientifico, non pone troppi problemi di comprensione, risulta facilmente accessibile, quindi appagante) e la paura (in virtù del paradosso per cui più si teme il complotto più si sarebbe inclini a crederci). Il report della tavola rotonda “Comunicare in sanità: le iniziative della FNOMCeO” fa invece il punto sulle azioni intraprese proprio per contenere il fenomeno: dalla collaborazione con Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e mondo del giornalismo sul tema vaccini (tra tutti, l’argomento più discusso e frainteso) alla presentazione di un sito anti-bufale coordinato dalla stessa federazione nazionale.

Nella loro varietà di punti di vista e strumenti interpretativi, i diversi interventi ricordano una caratteristica della professione medica che, nella nostra contemporaneità dematerializzata, assume un rilievo sempre meno scontato: la prerogativa di parlare alle persone in carne ed ossa, piuttosto che ai loro simulacri digitali. Da cui l’importanza del linguaggio, come appropriatamente ricorda l’intervista a conclusione del numero ripercorrendo la ‘storia antica’, e sempre paradigmatica, del rapporto tra medico e paziente.