Demenza e prevenzione, l’importanza della fase preclinica

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Il 7 dicembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato il lancio del Global Dementia Observatory, una piattaforma online finalizzata al monitoraggio degli interventi messi in atto nel mondo per affrontare il problema della demenza (1). L’obiettivo è avere un quadro globale della situazione, relativamente a politiche sanitarie, trattamenti, infrastrutture e diffusione di questa classe di patologie. Infatti, come si legge in un editoriale pubblicato dalla rivista The Lancet, quello della demenza è un problema che “richiede una risposta rapida a livello mondiale” (2). In particolare, è necessario sviluppare nuovi strumenti utili a individuare i soggetti che si trovano in una fase preclinica di malattia e pianificare modalità di intervento centrate sui fattori di rischio modificabili. Al momento, infatti, la prevenzione primaria – quella realizzata prima che si verifichi un danno cerebrale – è la strategia che offre il potenziale maggiore per ridurre la prevalenza della demenza.

Secondo uno studio pubblicato recentemente dalla rivista Alzheimer’s & Dementia, solo negli Stati Uniti sono 6 milioni le persone affette da malattia di Alzheimer: una cifra destinata a raggiungere i 15 milioni di unità entro il 2060 (3). A livello globale, le stime suggeriscono che nell’arco dei prossimi trent’anni il numero di individui affetti da questa patologia raggiungerà i 150 milioni. “Se a questo si aggiunge il fatto che gli attuali 50 milioni di pazienti costano 818 miliardi di dollari all’anno e che, secondo le proiezioni, la loro presa in carico arriverà a pesare per il 3% del prodotto interno lordo mondiale, anche la questione economica diventa pressante”, si legge nell’editoriale del The Lancet.

Tuttavia, come sottolineato dalla Commission on Dementia, Prevention, and Care del The Lancet, “la demenza non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento”. Intervenendo su educazione, esercizio fisico, coinvolgimento sociale, fumo, perdita dell’udito, depressione, diabete e obesità sarebbe possibile prevenire il 35% dei casi (4). È poi fondamentale individuare i soggetti che pur essendo affetti da Alzheimer non mostrano ancora i sintomi tipici della patologia, in modo da poter intervenire precocemente. “La maggior parte delle persone che presenta le evidenze neurobiologiche dell’alzheimer (per esempio amiloidosi, neurodegenerazione o entrambi) si trova in una fase preclinica”, scrivono gli autori dello studio pubblicato su Alzheimer’s & Dementia. “Molte di queste non arrivano a manifestare uno stato di deterioramento cognitivo moderato o la sintomatologia tipica a causa del rischio di morte correlato all’età”.            

Come intervenire quindi per ridurre il progressivo aumento della prevalenza dell’Alzheimer? Come detto, la prevenzione primaria si presenta come la strategia più efficace. Oltre ai già citati ambiti di intervento la Commissione del The Lancet suggerisce, ad esempio, il trattamento attivo dell’ipertensione nei soggetti di età superiore ai 45 anni. Tuttavia, poiché i benefici relativi a interventi di questo tipo saranno visibili solo tra molti anni, a causa del lungo periodo preclinico della malattia, è anche necessario pianificare strategie secondarie indirizzate a chi ha una probabilità maggiore di passare alla fase clinica della malattia. Di conseguenza, è necessario sviluppare degli strumenti diagnostici utili a individuare le persone che si trovano in questa situazione.

Invece, per quanto riguarda la gestione dei pazienti che già manifestano i sintomi della demenza la Commissione del The Lancet sottolinea l’importanza di trattare, dove possibile, il deterioramento cognitivo con inibitori della colinesterasi, di individualizzare la cura integrando aspetti medici, sociali e emozionali e di non trascurare gli elementi neuropsichiatrici della malattia. Inoltre, è fondamentale tenere in considerazione le conseguenze che queste patologie hanno in termini di salute psicofisica dei caregiver e di impatto socioeconomico. Infatti, dei sopracitati 818 miliardi di dollari di spese annuali, l’85% è associato a costi familiari e sociali.

È quindi sempre più evidente la necessità di intervenire in modo coordinato e rapido su quella che sta prendendo, sempre di più, i contorni di un’emergenza sanitaria. “L’attenzione a livello globale deve focalizzarsi sui fattori di rischio modificabili – si legge nell’editoriale di The Lancet – con un supporto extra per i paesi a basso e medio reddito”. Il Global Dementia Observatory dell’OMS rappresenta sicuramente uno sforzo importante in questo senso, ma affinché la piattaforma permetta di raggiungere risultati importanti sarà fondamentale che tutti i paesi del mondo facciano la loro parte per agire su un problema di proporzioni globali.

 

Bibliografia

  1. World Health Organization. Dementia: number of people affected to triple in next 30 years. Pubblicato il 7 dicembre 2017.
  2. The Lancet. Dementia burden coming into focus. The Lancet 2017; 390: 2606.
  3. Brookmeyer R, Abdalla N, Kawas CH, Corrada MM. Forecasting the prevalence of preclinical and clinical Alzherimer’s disease in the United States. Alzheimer’s and Dementia 2017; 1-9.
  4. Livingston G, Sommerlad A, Orgeta V, et al. Dementia prevention, intervention, and care. The Lancet 2017; 360: 2673-734.