Sigarette elettroniche, il moralismo è controproducente

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Di fronte all’ipotesi di promuovere l’utilizzo delle sigarette elettroniche per ridurre i danni legati al fumo, in molti si dichiarano contrari: istintivamente si è portati a pensare che sia sbagliato risolvere un problema introducendone un altro. Ma questo istinto risulta, in molti casi, guidato da un ragionamento morale, inadeguato ad affrontare situazioni di salute pubblica. “Quando si tratta di strategie per ridurre gli effetti della dipendenza da nicotina bisogna pensare con calma, in modo logico e scientifico”, scrive Richard Smith, in passato editor del British Medical Journal (BMJ) e ora gestore di un blog sul sito della rivista (1). Infatti, come sottolineato da David Sweanor, avvocato canadese vincitore di numerose cause contro l’industria del tabacco, condannando le sigarette elettroniche si rischia, paradossalmente, di promuovere l’uso di quelle tradizionali e di favorire i guadagni delle aziende (2).

Nei paesi ad alto reddito si è fatto molto, negli ultimi 40 anni, per ridurre il numero dei fumatori. Questa abitudine rimane però molto diffusa, con tassi di prevalenza fermi intorno al 20% in paesi come il Regno Unito e l’Italia (3). Tassi che potrebbero, inoltre, essere sottostimati. “La prevalenza è spesso misurata con sondaggi telefonici caratterizzati da un coefficiente di risposte molto basso”, scrive Smith. A prescindere dall’attendibilità dei dati, è tuttavia evidente che un numero elevato di persone è esposto quotidianamente alle tossicità del tabacco. Un fenomeno che riguarda in particolar modo le fasce più vulnerabili della popolazione: ad esempio, è noto che negli Stati Uniti le persone con patologie psichiatriche, come la schizofrenia o la depressione cronica, fumano circa il 10% delle sigarette totali. “Lo fanno per auto-medicarsi, – sottolinea Smith – la nicotina aiuta a gestire il sovraccarico di informazioni e migliora l’attenzione”.

Quando si parla di danni legati all’uso di tabacco bisogna tuttavia ricordarsi che questi dipendono solo in minima parte dall’assunzione di nicotina, il grosso delle conseguenze per la salute è associata all’introduzione di fumo nei polmoni. Il vero problema è costituito dal metodo: la combustione delle sigarette. “Ha quindi senso incoraggiare le persone a utilizzare metodi più sicuri per assumere nicotina”, scrive Smith. Le evidenze scientifiche sono chiare: le sigarette elettroniche provocano meno danni di quelle tradizionali; al contrario, le prove riguardanti un possibile effetto ponte nei soggetti più giovani sono scarse. In altre parole, secondo Smith, “promuovere l’utilizzo delle e-cigarette in persone che altrimenti non smetterebbero di fumare è un processo analogo all’aumento dei livelli di sicurezza delle automobili”.

È ormai evidente che, in molti casi, quello dell’astinenza totale rappresenta un obiettivo irraggiungibile. Per questo motivo, l’opposizione istintiva alla promozione delle sigarette elettroniche risulta poco lungimirante (4). Un po’ come la cosiddetta “legge della bandiera rossa”, introdotta nel Regno Unito nel 1865, la quale prevedeva che ogni automobile in movimento dovesse essere preceduta da una persona a piedi che, sventolando appunto una bandiera rossa, segnalasse il pericolo. Come sarebbe ora il mondo se l’utilizzo delle auto fosse sempre rimasto legato a questo vincolo? L’eccessivo controllo dei livelli di sicurezza può, paradossalmente, creare problemi maggiori di quelli che vuole risolvere. Nel caso del fumo, semplicemente, stimolando le persone a continuare a fumare le sigarette tradizionali, appunto più pericolose di quelle elettroniche.

La questione, tuttavia, non è soltanto medica. Una ragione per cui le persone potrebbero decidere di passare alle e-cigarette è che queste permettono di risparmiare molto denaro. “Sweanor racconta la storia della sua donna delle pulizie, di origine bosniache, la quale era una fumatrice incallita”, scrive Smith. “Egli aveva tentato più volte di farla smettere, ma vi riuscì solo quando le fece provare le sigarette elettroniche. La sua spesa passò da 80$ a settimana (spesso a discapito del cibo) a 25$ ogni due settimane; il risultato fu che quell’anno riuscì a risparmiare abbastanza da ritornare in Bosnia per la prima volta e vedere sua madre poco prima che morisse”.  Inoltre, ostacolare il passaggio alle e-cigarette produce, paradossalmente, un aumento dei profitti delle industrie del tabacco. Infatti, la vendita delle sigarette tradizionali si associa a un guadagno di molto superiore.

In conclusione, secondo Smith, prima di rinunciare all’ipotesi di promuovere l’utilizzo delle sigarette elettroniche per ridurre i danni legati al fumo, bisognerebbe ragionare attentamente sulle conseguenze di tale scelta. L’obiettivo è implementare interventi che permettano di migliorare la salute dei cittadini o mettere in atto tentativi utopistici di eliminazione del problema, ottenendo però scarsi risultati? Nel frattempo, le industrie del tabacco fanno più profitti che mai, nonostante 40 anni di campagne anti-fumo. “I moralisti che reagiscono istintivamente contro le e-cigarette, – conclude Smith – potrebbero non solo danneggiare coloro i quali non riescono a smettere di fumare, ma anche aiutare le aziende produttrici”.

 

Bibliografia

  1. Smith R. Richard Smith: How public health moralists are promoting harm from tobacco and helping the tobacco industry. The BMJ Opinion. Pubblicato il 15 ottobre 2015.
  2. Sweanor D. Is it the nicotine or the tobacco? Bulletin of the World Health Organization, 2000, 78 (7)
  3. Istituto Superiore di Sanità. CS N°15/2016 – Fumo, fermo da otto anni il trend in discesa dei fumatori, per la sigaretta elettronica il consumo risale come agli esordi. Pubblicato il 30 maggio 2016.
  4. McKee M, Capewell S. Evidence about electronic cigarettes: a foundation built on rock or sand? The BMJ 2015; 351: h4863.