Diverse prigioni: 3 detenuti su 4 sono affetti da patologie mentali

Di Luca Mario Nejrotti

Il “Progetto Insieme – Carcere e salute mentale” vuole promuovere un nuovo Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta) per la gestione e il trattamento dei detenuti che soffrono di malattie mentali.

Una cordata per la salute mentale dei detenuti.

L’iniziativa, promossa dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, dalla Società italiana di psichiatria e dalla Società italiana di psichiatria delle dipendenze, con il supporto incondizionato di Otsuka (vedi) e Lundbeck (vedi), e con il patrocinio del ministero della Salute, ha coinvolto diverse figure che operano dentro le carceri.

Dalle ricerche più recenti (vedi), infatti risulta che ¾ dei detenuti soffre di patologie mentali, con un’incidenza molto maggiore che nella popolazione “fuori dalle sbarre”.

Le strutture e i farmaci, come pure la diagnostica e la prevenzione sarebbero del tutto inadeguate.

Statistiche drammatiche.

Si vuole quindi intervenire elaborando un Pdta uniforme che renda più efficaci i trattamenti delle malattie psichiatriche nelle carceri.

Il nome stesso del progetto implica il coinvolgimento di diverse professionalità, per fornire agli operatori gli strumenti per un intervento tempestivo e efficace.

Le statistiche mostrano, infatti, che il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psicotici contro l’1% della popolazione generale; la depressione colpisce invece il 10% dei reclusi contro il 2-4%.

Sono inoltre comuni i disturbi della personalità, con cui convive il 65% dei reclusi, una percentuale dalle 6 alle 13 volte superiore rispetto a quella che si riscontra normalmente (5-10%):

più di 42000 detenuti italiani degli oltre 54000 totali. Si tratta di problemi gravi che possono portare a conseguenze estreme, come i circa 7000 episodi di autolesionismo registrati ogni anno nelle carceri italiane, o i 43 casi di suicidio e gli oltre 900 tentativi nel solo 2014.

“In carcere le malattie mentali hanno un’alta prevalenza: si stima – spiega Andrea Fagiolini, direttore della Clinica psichiatrica e della Scuola di specializzazione in Psichiatria dell’università di Siena – che oltre il 75% dei detenuti conviva con un disturbo mentale, in particolare disturbi psicotici, della personalità e depressione. Questo perché se da un lato molti disturbi psichiatrici possono associarsi (non necessariamente con un rapporto di causalità diretto) con un’alta prevalenza di reati, dall’altro la carcerazione e l’ambiente carcerario possono essere fonte di stress che può portare in casi estremi anche al suicidio”.

Modalità d’intervento.

Di fronte a una simile emergenza occorre aggiornare gli strumenti d’intervento, uniformandoli e adattandoli alle diverse realtà carcerarie: favorendo la prassi di valutazione della salute mentale e monitoraggio fin dall’ingresso in carcere, l’utilizzo dei trattamenti di ultima generazione inclusi i farmaci antipsicotici le cui modalità di somministrazione, in un contesto difficile come quello del carcere, garantiscono un’adeguata aderenza terapeutica e un ottimale rapporto tra efficacia e tollerabilità, consentendo al paziente di poter partecipare alle attività riabilitative e di recupero necessarie per un futuro reinserimento nella società. Si prevedono inoltre gruppi di sostegno tra i detenuti e attività educativo-culturali, oltre a un impegno per garantire la continuità assistenziale dopo la scarcerazione.

Fonti.

http://www.meteoweb.eu/2017/12/sanita-3-detenuti-4-convivono-un-disturbo-mentale/1015588/