Lavoro nero: salute a rischio

 

di Mario Nejrotti

 

Come si può definire la salute? Da sessant’anni le definizioni si sono moltiplicate e allargate: dipende  da quale prospettiva la si guarda.

La sanità da sola non può sperare di tutelarla e tantomeno garantirla e ormai da decenni si sono identificati molti altri determinanti.

Molteplici ricerche scientifiche, alcune lapalissiane, hanno dimostrato che indigenza, precarietà economica e diseguaglianza sociale influenzano in modo rilevante la salute.

Ultimo il recente rapporto Oxfam,presentato al Forum Economico Mondiale di Davos di fine gennaio 2018, che ribadisce per l’ennesima volta ai grandi della terra quanto siano dannose alla maggior parte della popolazione le gravi diseguaglianze sociali e il lavoro sottopagato. Le proposte dell’Oxfan (Oxford Committee for Famine Relief) sono molto ragionevoli ed è stupefacente che debbano ancora essere ripetute.

L’evoluzione dell’uomo e della sua mente è inversamente proporzionale al tempo che deve dedicare a procurarsi cibo e a soddisfare bisogni elementari.

In molte parti del mondo la povertà costringe miliardi di persone a passare la maggior parte delle proprie giornate nella ricerca di che sfamare se stesso e i propri figli, soggiacendo a qualsiasi compromesso sociale e lavorativo.

Situazioni lontane che si circoscrivono, si fa per dire visti i numeri impressionanti del fenomeno, nei paesi in via di sviluppo, sempre più sfruttati e schiacciati da debiti insostenibili?

A guardare i dati dell’Oxfam che avverte che nel nostro paese il 50% più povero degli italiani detiene solo l’8,5% della ricchezza nazionale e quelli del Portale Superabile dell’ INAIL ,che il primo febbraio 2018, fotografa la diffusione del “lavoro nero” in Italia, sembrerebbe che la situazione sia grave proprio in casa nostra.

I dati, che emergono dal focus Censis-Confcooperative dal titolo, Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro,  sono impressionanti: “Sono oltre 3,3 milioni i lavoratori vessati in tutte le false imprese dei settori produttivi del Paese, 100 mila nelle false cooperative. L’evasione tributaria e contributiva schizza a quota 107,7 miliardi, quattro volte la manovra approvata il mese scorso.”

La crisi economica nel triennio 2012-2015 bruciava 462.000 posti di lavoro (260 mila unità nel lavoro dipendente e 202 mila autonomi) e contribuiva nel contempo a creare 200.000 posti di lavoro in nero.

Se si analizzano i settori dello sfruttamento si possono fare dei distinguo. Nel lavoro domestico e di assistenza agli anziani il nero raggiunge il record del 60% degli impiegati, ma fotografa anche le difficoltà economiche delle famiglie a regolarizzare persone che svolgano mansioni, anche indispensabili, per l’assistenza agli anziani, ai disabili o ai bambini, in nuclei i cui genitori lavorano entrambi.

Continua il Focus Censis: “Le famiglie evadono per necessità. Le false imprese per moltiplicare i profitti e mettere fuori gioco le tantissime imprese, che competono correttamente sul mercato”.

I dati del lavoro nero in altri settori di attività sono minori, ma sempre troppo elevati: si va dal 23% nelle attività agricole, al 22,7% nel terziario. Nel settore alloggi e ristorazione è del 17,7%, mentre nelle costruzioni in genere è del 16,1%. In crescita i valori nel settore dei trasporti e del magazzinaggio.

I dati riportati nella relazione annuale della Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il  Ministero Economia e Finanze (MEF) spiegano come il lavoro nero sia economicamente appetibile sulla pelle dei lavoratori. Visto l’insieme delle attività economiche il costo medio lordo di un lavoratore regolare è circa 16 euro l’ora, in nero diviene di circa 8 Euro, con un abbattimento del 50% dei costi e il parallelo incremento del profitto.

In termini globali il sommerso salariale raggiunge i 28 miliardi di euro.

Ma quello che i dati non evidenziano è il contesto sociale di questo esercito di lavoratori in nero, costretti a rincorrere il minimo sufficiente per sopravvivere. Essi subiscono condizioni di  lavoro, vita, abitazione, alimentazione e cure non paragonabili a fasce di popolazione più tutelate. Inoltre, per numerosi motivi, non ultimi quelli compensatori per una esistenza insoddisfacente e infelice, spesso sono più esposti a stili di vita dannosi.

La salute di una fascia importante della popolazione italiana è a rischio.

Se la giustizia sociale, come tale, non sembra ai primi posti nelle agende politiche, lo dovrebbe essere l’alto costo in termini di salute che basso reddito e precarietà portano con sé. I poveri si ammalano di più e muoiono di più e anche, cinicamente parlando, costano molto di più degli altri alla società e in definitiva a tutti, compresi quelli che contribuiscono a mantenerne la povertà. Lo chiarisce molto bene il professor Beppe Costa, epidemiologo all’Università di Torino, nel Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità del 2014 (vedi) , spiegandone i motivi:

“Il tipo di occupazione è uno degli aspetti che di più motivano le disuguaglianze di salute: perdere il lavoro è uno degli eventi che ha più effetti sulla salute sia mentale sia fisica di un individuo, mentre la condizione precaria è causa di stress e insicurezza legata alla paura della perdita del lavoro.”

Un’ultima osservazione, squisitamente economica riguarda l’Italian Style nel suo complesso, che una massa di lavoratori precari, malpagati e scontenti non potrà in alcun modo contribuire a migliorare, con una perdita economica globale per gli imprenditori e per la nostra società, che gioverebbe calcolare e avere presente per comportarsi di conseguenza.