Plastica: l’inquinamento a terra è anche peggio di quello in mare

Di Luca Mario Nejrotti

Abbiamo già accennato ai rischi connessi all’inquinamento delle acque del nostro pianeta (vedi), ma le notizie sul fronte terrestre non sono migliori!

Plastiche di mare e di terra.

L’inquinamento  del mare per tonnellate di materiali plastici è tragicamente comune e ben presente ai nostri occhi (vedi). Uno studio di un gruppo di ricercatori di Berlino cerca di fare luce sulla grave situazione della terraferma.

Gli scienziati del Leibniz institut für Gewässerökologie und Binnenfischerei (IGB) e della Freie Universität di Berlino guidati da Anderson Abel de Souza Machado hanno rilevato che le microplastiche sono più diffuse negli ambienti terrestri che in quelli acquatici, e che le conseguenze di questo fenomeno non sono state considerate con la dovuta attenzione.

Questo perché le micro particelle di plastica alterano gli ecosistemi e ormai si trovano anche negli esseri viventi e nel cibo.

Micro e nano inquinamento.

Si sa che il comportamento dei materiali, quando sono di piccolissime dimensioni, cambia rispetto alle scale più grandi e molto spesso si tratta di un territorio inesplorato della ricerca (vedi).

Le microplastiche (frammenti inferiori ai 5 millimetri) e le nanoplastiche (minori di 0,1 micrometri, cioè 80 volte meno di un globulo rosso) entrano negli ecosistemi attraverso la frammentazione dei rifiuti plastici o nelle emissioni.

L’impatto sull’ambiente di terraferma, però, è studiato molto meno di quello sugli ambienti marini.

Dalla terra al mare.

L’inquinamento dei terreni spesso finisce per contaminare le falde acquifere e per giungere ai bacini marini, ma nel frattempo, i ricercatori tedeschi si sono interrogati sull’impatto di questi materiali sulla terraferma, dove arrivano, nelle zone più inquinate, a costituire il 60% del peso dei terreni esaminati.

Poiché ogni anno vengono prodotte milioni di tonnellate di plastica nel mondo e un terzo dei rifiuti viene disperso, il problema si fa pressante.

Se esteticamente è una bottiglia di plastica a disturbarci se vista in un bel prato fiorito, è quando si disgrega in frammenti piccolissimi che diventa davvero pericolosa: i piccolissimi frammenti possono assumere sconosciute caratteristiche fisiche e chimiche, con la possibilità di essere nocivi per gli organismi.

Si è visto che gli effetti chimici sono particolarmente problematici durante la fase di decomposizione, perché vengono rilasciati elementi tossici come gli ftalati e il bisfenolo A (BPA), noti per interferire coi sistemi ormonali di vertebrati (fra cui gli esseri umani) ed invertebrati (vedi).

Gli studi finora fatti evidenziano modifiche comportamentali degli esseri viventi più direttamente connessi al suolo: lombrichi e funghi, insetti impollinatori sono meno efficaci nei rispettivi ruoli.

Le plastiche, però contaminano la catena alimentare risalendola, fino ad arrivare all’uomo, su cui gli effetti sono ancora da valutarsi.

Contaminazione da microplastiche è stata trovata oltre che nel pesce, anche nel miele, nello zucchero, nella birra.

Portatrice di malattie.

Si è anche scoperto che le nano plastiche non agiscono solo direttamente sugli organismi, ma possono anche essere veicolo per agenti patogeni: per esempio si è scoperta (vedi) la presenza del batterio Vibrio parahaemolyticus (vedi) su microplastiche del Mar Baltico.

Lo studio dell’IGB mostra quanto sia fondamentale una raccolta sistematica delle analisi del livello di inquinamento da plastiche sulla terra, con metodi e parametri standardizzati per comprendere un fenomeno che rischia di diventare una minaccia di portata globale.

Fonti.

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.14020/abstract

https://www.galileonet.it/2017/07/prodotto-9-miliardi-tonnellate-plastica/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S014111361630112X?via%3Dihub