Malati e malattie da sempre primi attori, ma attenti al potere delle fiction

di Mario Nejrotti

Dalla descrizione della peste e dei suoi infermi, ne I Promessi Sposi, alla morte in palcoscenico di Violetta nella Traviata di Verdi, e di Mimì nella Bohème di Puccini, mettere in scena malattie e malati aumenta l’interesse e la partecipazione emotiva di lettori e spettatori, che vedono riflesse nei personaggi angosce, dolori e speranze della vita di tutti giorni.

La scelta degli autori cade sovente sulle problematiche che più preoccupano l’opinione pubblica.

La peste nel ‘600, la tubercolosi nel più recente passato.

Quindi, anche oggi, introdurre nelle trame la malattia è un mezzo sicuro per fare spettacolo: più la malattia è grave e più l’emozione del pubblico è garantita.

Il cinema da molto tempo si occupa di argomenti sanitari delicati dal punto di vista umano ed etico. Per citarne solo tre per tutti: lo statunitense,  “Philadelphia” , del 1993 che affronta il problema dell’AIDS, allora devastante; il canadese “Le Invasioni Barbariche” , del 2003, che parla dell’eutanasia, allora tabù,  fino al recentissimo “Ella&John”  , del bravo Virzì, del 2017, che addirittura rappresenta in un colpo solo la summa di tutte le maggiori paure del nostro tempo: il cancro terminale, la demenza irreversibile e il suicido/omicidio di una coppia anziana.

Nei media popolar nazionali la malattia  si è trasformata negli anni da tabù innominabile, esclusivamente occasione di successo per medici infallibili ed eroici come il Dottor Kildare Dottor Kildare  o come Doctor House M.D ,  ad ingrediente fondamentale per fare audience.

Nulla di scandaloso, anzi: l’impressione è che questa scelta possa effettivamente contribuire a diffondere una mentalità più consapevole nella popolazione. Fenomeno positivo soprattutto per le patologie gravi, che era difficile anche nominare e per le quali si coniavano, e ancora purtroppo si coniano, perifrasi come male incurabile, terribile e grave malattia, male oscuro, brutto male che coniugano ignoranza e paura atavica della malattia e della morte.

Dopo il caso della morte, mitigata da speranza e rassegnazione cattolica, per malattia cardiaca di un giovane, in attesa di trapianto nella fiction di RAI1, ormai pluristagionale ,“Che Dio ci Aiuti”,  con la brava Elena Sofia Ricci, nella parte di una suora alla Don Camillo (vedi), le difficoltà di trapianto midollare tra madre e figlia e la vicenda di un bambino malato di leucemia nella stessa serie, ora il cancro diviene argomento centrale in molte altre fiction.

A sdoganarlo per il grande pubblico ci ha pensato nel 2014 RAI1 con , “Braccialetti Rossi”  di grande successo e ormai prossima alla 4° stagione, che lo presenta insieme ad altre malattie in un reparto-set  per giovani lungo degenti, dove si vive e si muore davanti all’occhio della telecamera.

Idea ripresa da RAI3 con , “I Ragazzi del Bambin Gesù” , docufiction sullo stesso argomento, che mette al centro l’esperienza dolorosa e coraggiosa dei piccoli pazienti di un reparto pediatrico.

E poi, passando per il tumore al seno di Marina Giordano, protagonista di “Un Posto al Sole”    , interminabile telenovela di RAI3, e vera esperienza dell’attrice Nina Soldano, si giunge alla recentissima  “La Linea Verticale” ,  sempre su RAI3, interpretato da Valerio Mastandrea, che narra la vera storia clinica del regista stesso della fiction, in lotta contro un tumore renale.

La serie di spettacoli all’insegna dello sdoganamento del tumore si conclude, per ora, con il linfoma di Angelica, interpretata da Claudia Pandolfi, nella terza serie di  “È Arrivata La Felicità”  sulla rete ammiraglia della RAI.

Grande operazione mediatica, che costringe gli spettatori a rivivere esperienze dirette e indirette, confrontandole con stati d’animo, paure, gioie, speranze, illusioni e disillusioni dei personaggi, in una cornice sempre costruttiva e mai disperante, se non altro dal punto di vista umano e psicologico.

È importante favorire la crescita di un atteggiamento positivo nei confronti della malattia tumorale e delle possibilità terapeutiche, che migliorano ad una velocità  negli ultimi anni impressionante.

Se il fine dichiarato o inconsapevole di queste storie romanzate è infondere equilibrio, coraggio e speranza a  malati e cittadini, da parte degli autori occorre una grande consapevolezza della forza del mezzo e della responsabilità connessa alla trasmissione dei messaggi.

Indubbiamente una scelta sbagliata o il desiderio di fare audience a tutti i costi possono generare una cattiva informazione del pubblico.

Mantenere il giusto equilibrio è difficile e necessita di attente consulenze tecniche.

Però è uno sforzo che va fatto  per conseguire l’obiettivo di sfatare l’idea radicata dell’esito fatale del tumore e illuminare il cammino a volte doloroso dei malati.

Purtroppo errori di comunicazione in nome dello share vengono compiuti e possono essere pericolosi.

A darne una valutazione scientifica è stato un gruppo di ricercatori guidato da Jordan Weinberg, del St. Joseph’s Hospital e del Medical Center Phoenix, in Arizona, USA, che ha pubblicato la ricerca su BMJ, in  Trauma Surgery & Acute Care Open.

I ricercatori hanno voluto capire (vedi) se i malati acuti giunti alle cure dei sanitari della fiction “Grey’s Anatomy” (vedi)   si comportassero dal punto di vista clinico come i malati veri giunti nei reparti di emergenza per traumi o ferite di varia origine e raccolti in un registro nazionale.

Per valutarlo i ricercatori hanno  messo a confronto ciò che è accaduto a 290 pazienti con lesioni di vario genere nella famosa fiction televisiva, con i risultati su ferite reali subite da 4.812 persone.

Si è scoperto che il tasso di mortalità è di tre volte più elevato in TV: il 22% dei pazienti con traumi è morto nella fiction, contro una percentuale del 7% nella vita reale.

Invece, i sopravvissuti della fiction sono molto più fortunati, avendo un recupero veramente rapido. Il 50% delle persone gravemente ferite “per finta” ha trascorso meno di una settimana in ospedale, mentre solo il 20% dei pazienti reali ha avuto soggiorni così brevi.

Non parliamo dei ricoveri post chirurgici in strutture di lungo degenti che ha riguardato solo il 6% dei pazienti di Grey’s Anatomy, rispetto al 22% dei pazienti veri.

Per ultimo in TV si accede alla sala operatoria direttamente dal pronto soccorso nel 71% dei casi, mentre in realtà ciò accade al 25% dei pazienti.

Una riflessione su questa ricerca porta a immaginare che i ritmi televisivi rendano  più appassionante vedere un’equipe prodigarsi allo spasimo e il paziente purtroppo, tra la commozione generale, decedere, oppure per bilanciare, quando medici e infermieri hanno successo,  miracolosamente guarire in tempi rapidissimi.

I messaggi possono portare a due pericolose distorsioni della realtà: la prima che un trauma grave, nonostante tutto, abbia molte probabilità di condurre fatalmente a morte; oppure, se le condizioni organizzative sono favorevoli, a prescindere dalla gravità delle ferite, praticamente subito dopo l’intervento chirurgico, si torni a casa.

Entrambe queste considerazioni sono sbagliate e producono nel pubblico false paure o aspettative irrealizzabili.

Quindi per tornare alle fiction nostrane, occorre mantenere un difficile equilibrio tra speranza, relativa aspettativa e consapevolezza dell’utilità e effetti collaterali delle terapie.

Occorre non calcare troppo la mano sull’onnipotenza dell’amore umano o cosmico e sulla efficacia dell’empatia di sanitari e parenti, pur fondamentali, ai fini della guarigione, e incominciare a sgretolare il granitico terrore degli effetti devastanti delle terapie e dell’esito del tumore, oggi in evoluzione positiva, grazie agli sforzi di ricercatori in tutto il mondo.

Ogni tassello preventivo, diagnostico e terapeutico, e non solo farmacologico, gioca un ruolo insostituibile in questa lotta, come anche la forza della positività del paziente e dell’ambiente che lo circonda.

Per dirla semplice nella battaglia contro il tumore:”Tutto fa!”

Agli autori e ai video maker delle fiction contribuire a farlo comprendere a tutti noi, magari anche scordandosi un po’ lo share.