L’etichetta no vax sul cinquantenario dell’Ordine dei biologi

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Gli inviti ad un cinquantenario possono sollevare polemiche e scontri. È accaduto recentemente all’Ordine nazionale dei biologi con la pubblicazione del programma del convegno internazionale “Nuove frontiere della biologia” che si terrà a Roma il 2 marzo per celebrare il mezzo secolo della fondazione. Tra gli invitati all’evento scientifico compiano diversi nomi conosciuti per la loro posizione anti vax: Yehuda Schoenfeld, immunologo di Tel Aviv, secondo il quale alcune sostanze contenute nei vaccini causerebbero una sindrome infiammatoria autoimmune; Luc Antoine Montagnier, premio Nobel per la scoperta del virus hiv che causa l’aids, che da alcuni anni sostiene pubblicamente l’associazione (non supportata da prove scientifiche) tra vaccino e autismo; Antonietta Gatti, co-autrice insieme al marito Stefano Montanari di uno studio (smentito dalla comunità scientifica) sulla presenza nei vaccini di nanoparticelle dannose; e, non da ultimo, il giurista Paolo Maddalena, più volte presentato dai media come “padre degli antivax” o “punto di riferimento per gli antivaccininisti”.

Tra i primi a manifestare perplessità è stato l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco definendo il convegno in programma un raduno del “ghota dell’antivaccinismo nazionale ed estero”. A seguire molti ricercatori italiani hanno espresso apertamente il loro disaccordo e scritto lettere di protesta. Vincenzo D’Anna, il nuovo presidente dell’Ordine dei biologi (già parlamentare no vax), ha risposto prontamente che sono prive di ogni fondamento le illazioni che “il convegno sia finalizzato a sostenere tesi contrarie ai vaccini e alla legge che ne fa obbligo alle famiglie italiane”. In una nota pubblicata sul sito dell’Ordine, D’Anna spiega che i relatori noti per le loro posizioni contro i vaccini non parleranno di vaccini ma di tutt’altro. “L’unico a trattare tematiche inerenti la tossicità dei vaccini sarà il professor Giulio Tarro che, per storia personale e scientifica, non può che essere annoverato tra gli estimatori della pratica vaccinale”.

La difesa di D’Anna non ha però convinto gran parte della comunità scientifica, scrive Pietro Greco, giornalista scientifico, su Scienza in rete. Molti biologi lo accusano, in buona sostanza, di tradimento della scienza. Il nuovo presidente avrebbe trasformato un’occasione istituzionale importante, i 50 anni appunto, in un convegno no vax. (…) Inaccettabile per un Ordine che, invece, dovrebbe difendere il rigore scientifico”.

La notizia ha avuto molta risonanza mediatica: è finita su La Repubblica, NextQuotidiano, Wired.it, e altri siti web ed è circolata sui social network. All’estero è stata ripresa dal BMJ con tanto di virgolettato del presidente dell’Ordine, che basito davanti a tanto chiasso avrebbe commentato “se qualcuno ha qualcosa di cui lamentarsi alla fine della conferenza ci sarà un’intera ora per fare domande”.

Ben vengano gli spazi aperti al dibattito e al confronto. Ed è più che lecito avere opinioni diverse sulle vaccinazioni e sull’obbligo. Le questioni però sono altre.

Sul BMJ Gianni Rezza, direttore del Dipartimento delle malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, giudica “inappropriato” il convegno dell’Ordine nazionale dei biologi. La questione è che la legge sull’obbligo vaccinale approvata la scorsa estate ha sollevato molte proteste che sono sfociate in un conflitto politico (anche) in vista delle elezioni italiane del 2018 per il rinnovo del parlamento. I vaccini sono diventati un’opinione, mettendo in secondo piano la loro funzione di strumento di prevenzione e controllo della diffusione delle malattie infettive nella popolazione.

“Dibattere di vaccini in campagna elettorale è dannoso per la salute pubblica”, commenta Rezza al BMJ. “La sicurezza è ovviamente importante per tutti e viene già valutata dalle agenzie regolatorie (come per esempio la Fda negli Usa e l’Ema in Europa) e dagli enti di salute pubblica. Il piano vaccinale obbligatorio era una necessità nel breve termine, tuttavia non risolve lo scetticismo e l’esitazione vaccinale che in Italia ha raggiunto il 15 per cento”. Quindi per il bene della salute pubblica ciò che andrebbe discusso è come migliorare la comunicazione per abbassare la percentuale degli esitanti. L’auspicio dunque è che le istituzioni per prime si impegnino in questa direzione iniziando dai professionisti sanitari perché a partire da loro che si può promuovere e favorire la cultura vaccinale.

Roberta Villa, medico e giornalista del progetto Asset (Action plan on Science in Society in Epidemics and Total pandemic), aggiunge che “il problema non riguarda tanto le vaccinazioni. Da qualche tempo l’Italia si trova ad affrontare una cultura contraria da parte di alcuni medici e scienziati. E ‘Nuove frontiere della biologia’ è solo un esempio”.