L’alcol è un fattore di rischio per la demenza

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Abbiamo tutti in mente la scena, tipica dei film holliwoodiani, in cui un uomo si siede al bancone di un bar e ordina un drink – di solito, “qualcosa di forte” – per cercare di affogare il proprio dolore nell’alcol. Si dice bere per dimenticare. Ma si può bere talmente tanto da finire per dimenticare tutto?  Purtroppo, nuove evidenze mostrano di sì. Uno studio di coorte francese, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet Public Health, ha indagato la relazione tra consumo di alcol e probabilità di sviluppare una demenza (1). È emerso che un uso eccessivo si associa a un rischio significativamente maggiore di andare incontro a patologie quali l’Alzheimer e le demenze vascolari, specie nei casi a esordio precoce. Di conseguenza, gli autori concludono che l’alcol dovrebbe essere preso in considerazione come un fattore di rischio centrale per lo sviluppo di alterazioni cerebrali diffuse e disturbi neurodegenerativi.

Per demenza si intende una sindrome clinica causata da un danno esteso al cervello che intacca in modo progressivo le funzioni cognitive dell’individuo, fino a renderlo completamente non autonomo. Attualmente, si stima che circa il 5-7% della popolazione mondiale di età superiore ai 60 anni soffra di disturbi di questo tipo (2). La relazione con l’alcol è stata più volte indagata in studi osservazionali e di coorte, soprattutto tenendo conto del livello di consumo medio: alcune revisioni hanno persino messo in evidenza la possibilità di un effetto benefico, in termini di funzionalità cognitiva, di un consumo da lieve a moderato (3), mentre un uso moderato o maggiore è risultato associato a effetti negativi a livello cerebrale, anche se gli studi in questione presentano spesso limitazioni rilevanti a livello metodologico (4,5).

Meno dubbi, invece, sulla relazione tra consumo elevato e probabilità di andare incontro a qualsiasi tipo di demenza. Un’ultima conferma in questo senso arriva da uno studio di coorte che ha preso in considerazione tutti i pazienti adulti, per un totale di oltre 30 milioni di casi, ricoverati dal 2008 al 2013 negli ospedali metropolitani francesi. Di questi, più di un milione di soggetti ha ricevuto una diagnosi di una qualche forma di demenza. Il rischio di andare incontro a queste patologie è risultato significativamente maggiore nei soggetti con problemi relativi alla sfera dell’alcol: in particolare, è emerso un hazard ratio pari a 3,3 per lo sviluppo di qualsiasi tipo di demenza e di 2,3 per quanto riguarda demenze vascolari e altre forme più rare. Inoltre, come sottolineato dagli autori, “l’associazione con il consumo di alcol era particolarmente importante nei casi di demenza a esordio precoce, con la maggior parte dei pazienti maschi di questo gruppo che riportava danni cerebrali alcol-correlati e problemi di dipendenza”.

I risultati sono in linea con studi precedenti che avevano indagato i possibili meccanismi alla base di questa relazione. Ad esempio, è noto che sia l’etanolo e che un suo metabolita – l’acetaldeide – hanno un effetto neurotossico. Un consumo elevato di alcol può poi determinare una carenza di vitamina B1 che, a sua volta, può portare allo sviluppo di una sindrome di Wernicke-Korsakoff, caratterizzata da manifestazioni amnesiche permanenti. Inoltre, chi beve molto è di per sé esposto al rischio di altre patologie che possono a loro volta sfociare in demenza – come disturbi vascolari, del ritmo cardiaco, epilessia, traumi cranici ed encefalopatie – e di condizioni quali la dipendenza da tabacco, la depressione e l’abbandono scolastico, anch’esse considerate dei fattori di rischio. “L’ammontare di queste evidenze ha innescato una discussione su un’eventuale possibilità di introdurre una diagnosi specifica di ‘demenza alcol-correlata’”, scrivono gli autori.

I risultati dello studio pubblicato su The Lancet Public Health aggiungono ora un tassello a questo gruppo di prove. In particolare, è emerso chiaramente che la presenza di alterazioni cerebrali alcol-correlate dovrebbe essere considerata come uno dei fattori di rischio più rilevanti per lo sviluppo di demenza, specie per quelle a esordio precoce. Di conseguenza, gli autori della ricerca sostengono che i medici dovrebbero essere più consapevoli del ruolo dell’alcol in questa classe di patologie: “Anche se spesso ignorati dalle politiche sanitarie, l’individuazione precoce di casi critici, l’implementazione di azioni anche circoscritte (come, ad esempio, le interviste motivazionali finalizzate alla modificazione di specifici pattern comportamentali) e la somministrazione di trattamenti per i disturbi di dipendenza da alcol sono interventi relativamente poco costosi e, inoltre, caratterizzati da prove di efficacia”.

 

Bibliografia

  1. Scwhwarzinger M, Pollock BG, Hasan OSM, et al. Contributionof alcohol use disorders to the burden of dementia in France 2008-2013: a nationawide retrospective cohort study. The Lancet Public Health 2018; DOI: https://doi.org/10.1016/S2468-2667(18)30022-7.
  2. Prince M, Bryce R, Albanese E, et al. The global prevalence of dementia: a systematic review and metaanalysis. Alzheimer’s Dementia 2013; 9: 63-75 e2.
  3. Rehm J, Gmel GE Sr, Gmel G, et al. The relationship between different dimensions of alcohol use and the burden of disease— an update. Addiction 2017; 112: 968-1001.
  4. Verbaten MN. Chronic effects of low to moderate alcohol consumption on structural and functional properties of the brain: beneficial or not? Human Psychopharmacology 2009; 24: 199- 205.
  5. Topiwala A, Allan CL, Valkanova V, et al. Moderate alcohol consumption as risk factor for adverse brain outcomes and cognitive decline: longitudinal cohort study. BMJ 2017; 357: j2353.