Turni di notte: chi dorme poco, cura peggio

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Per molto tempo la deprivazione di sonno ha rappresentato una consuetudine nella vita dei medici, da alcuni persino mostrata con orgoglio”, scrive Fiona Godlee, direttore de The BMJ in un recente editoriale (1). “Ma ora è ben nota la sua pericolosità, sia per la salute dei medici che per quella dei pazienti”.  È sempre più chiaro, infatti, che la fatica degli operatori sanitari rappresenta un fattore di rischio rilevante per errori e decisioni cliniche sbagliate e, allo stesso tempo, è evidente che le persone sono spesso incapaci di quantificare il proprio livello di stanchezza. Per questo motivo è necessario, per i medici, imparare a riconoscere i sintomi della fatica e, per gli ospedali, sviluppare una maggiore consapevolezza sul tema e implementare nuovi interventi finalizzati a ridurre l’onere associato.

I turni notturni obbligano medici e infermieri a lavorare in una fase del ciclo circadiano fisiologicamente programmata per dormire. Tra le 3 e le 5 di mattina, infatti, l’umore e le capacità di attenzione, concentrazione e coordinazione psicomotoria raggiungono il loro minimo quotidiano. “Dopo il turno, gli operatori devono poi recuperare in una fase che è invece predisposta alla veglia”, sottolineano Helen McKenna e Matt Wilkes, autori di un articolo di approfondimento sul BMJ (2). “Questo comporta un accumulo di stanchezza che può portare a disturbi del sonno cronici e altro”. Ad esempio, una recente revisione ha individuato un’associazione tra lavoro notturno e deprivazione di sonno, incidenti lavorativi, obesità, diabete di tipo 2, coronaropatie e tumori del seno, della prostata e colonrettali (3).

Esistono, quindi, degli interventi in grado di ridurre l’entità di questo problema?  Nel loro articolo, McKenna e Wilkes ne riportano alcuni. Ad esempio, può essere utile minimizzare – prima e durante una serie di turni notturni – il debito di sonno, concedendosi di dormire senza limitazioni (evitando di puntare la sveglia) nel giorno seguente il primo turno o facendo dei sonnellini nel corso del pomeriggio, sfruttando la naturale flessione del ritmo circadiano che avviene tra le 14 e le 18. In un trial randomizzato che ha coinvolto 53 lavoratori notturni è stato dimostrato che fare un sonnellino e assumere caffeina prima dell’inizio del turno di notte comporta un miglioramento delle misure sia soggettive che oggettive di sonnolenza (4). Secondo un test di laboratorio la durata di questi “sonnellini” dovrebbe essere di almeno 60-90 minuti, così da poter attraversare tutte le fasi del sonno, da quelle a onde lente alla fase REM (5). Tuttavia, questa ipotesi deve ancora essere testata nella pratica quotidiana.

Un’altra classe di interventi, invece, include tutte le strategie finalizzate a migliorare la performance durante il turno di notte. Una revisione, per esempio, ha analizzato gli effetti di sonnellini brevi realizzati nel corso dell’attività lavorativa. Dai risultati è emerso un miglioramento della performance e delle capacità di allerta (6). “Noi consigliamo di non fare sonnellini più lunghi di mezz’ora, per evitare lo stato di inerzia che si verifica quando ci si sveglia durante il sonno a onde lente”, spiegano McKenna e Wilkes. Un altro metodo efficace riguarda poi l’assunzione di caffeina , risultata associata a un miglioramento di orientamento, attenzione, allerta e capacità di ragionamento (7). Infine, ulteriori interventi prevedono la somministrazione di farmaci, stimoli luminosi e melatonina . Tuttavia, “date le evidenze limitate relative al rapporto tra queste strategie e un miglioramento della performance psicomotoria durante i turni di notte, è importante minimizzare il rischio per i pazienti introducendo ulteriori controlli, specie nelle ore più sensibili”.

Infine, è possibile mettere in atto una serie di accorgimenti utili a migliorare la qualità del sonno nelle fasi di recupero. “Dopo un turno di notte – scrivono McKenna e Wilkes – si affronta un conflitto tra la spinta omeostatica a dormire e la tendenza circadiana a restare svegli”. Per ridurre gli effetti di questo slittamento di fasi è consigliabile evitare l’illuminazione artificiale degli schermi elettronici, non esporre la vista a luce brillante durante il viaggio verso casa (ad esempio, indossando degli occhiali da sole) e coricarsi in un ambiente scuro,  silenzioso e relativamente fresco. Inoltre, può essere utile mettere in atto una serie di rituali prima di andare a letto, come fare un bagno caldo, leggere un libro o praticare dello stretching. A prescindere dall’efficacia dei diversi interventi, tuttavia, innanzitutto è importante aumentare il livello di consapevolezza su una condizione che, da troppo tempo, viene data per scontata. Le evidenze impongono ormai di prendere in seria considerazione questo problema: “il sonno (o la mancanza di sonno) – come riporta Godlee in apertura del suo editoriale – è tornato di moda”.

 

Bibliografia

  1. Godlee F. Sleep-a panacea? BMJ 2018; 360: k947.
  2. McKenna H, Wilkes M. Optimising sleep for night shifts. BMJ 2018; j5637.
  3. Keklund G, Axelsson J. Health conseguences of shift work and insufficient sleep. BMJ 2016; 355: j5210.
  4. Schweitzer PK, Randazzo AC, Stone K, et al. Laboratory and field studies of naps and caffeine as practical countermeasures for sleep-wake problems associated with night work. Sleep 2006; 29: 39-50.
  5. Mednick S, Nakayama K, Stickgold R. Sleep-dependent learning: a nap is as good as a night. Nature Neuroscience 2003; 6: 697-8.
  6. Ruggiero JS, Redeker NS. Effects of napping on sleepiness and sleep-related performance deficits in night-switch workers: a systematic review. Biological Research For Nursing 2014: 16: 134-42.
  7. Ker K, Edwards PJ, Felix LM, et al. Caffeine for the prevention of injuries and errors in shift workers. Cochrane Database of Systemic Reviews 2010; 5: CD008508.