Tutta la verità (o quasi) sul paradosso dell’obesità

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Aldo è obeso, il suo indice di massa corporea (IBM) è 32. Mauro invece è normopeso con un IBM pari a 21. Sessantaquattrenni, svolgono una moderata attività fisica. Entrambi hanno una diagnosi di malattia cardiovascolare. Statisticamente Aldo potrebbe vivere più a lungo di Mauro. È il cosiddetto “paradosso dell’obesità” descritto per la prima volta nella rivista Kidney international nel 2003 e l’anno successivo sul JAMA (1) alla luce di una serie di dati secondo i quali, contro logica, le persone con insufficienza renale, problemi cardiaci, diabete e disturbi coronarici, con un IBM nella fascia bassa dei livelli normali sarebbero meno sane di quelle considerate sovrappeso. Il cardiologo Carl J. Lavie ha dedicato diverse pubblicazioni scientifiche e persino un libro, scritto a due mani con la giornalista Kristin Loberg, dal titolo “The Obesity Paradox: When Thinner Means Sicker and Heavier Means Healthier” (2), rassicurando che il sovrappeso e una moderata obesità sono correlati a una salute migliore se si rimane in forma con un’attività fisica ragionevole e scelte salutari a tavola.

Il paradosso è stato oggetto di dibattito e anche di perplessità. Secondo alcuni ricercatori nasce da una misurazione del sovrappeso e dell’obesità errata perché basata su un parametro, l’IBM, che è impreciso e non universalmente attendibile in quanto non misura la effettiva massa grassa. Per esempio, un IBM più alto potrebbero essere imputabile a un aumento della massa muscolare; sarebbe più affidabile l’adozione del parametro della circonferenza addominale per tiene conto del grasso viscerale. Su Medium (3) il cardiologo Ross Walker di Sidney commenta che le evidenze raccolte sui benefici imputabili ai chili di troppo andrebbero lette e quindi spiegate con il nesso della causalità inversa. È noto infatti che mediamente le persone malate perdono più facilmente peso rispetto a quelle con disturbi lievi o sane, e che i fumatori tendono ad essere più magri dei non fumatori ma allo stesso tempo sono più a rischio di malattie (anche quelle cardiovascolari). Inoltre nelle persone magre la predisposizione genetica ha un peso maggiore dello stile di vita nello sviluppo di diabete, malattie cardiovascolari, osteoporosi o tumore. Quindi questi fattori se non tenuti in considerazione possono incidere facendo emergere un valore protettivo dell’obesità quando invece in queste categorie di paziente l’associazione è tra normopeso e malattia.

Recentemente il JAMA Cardiology (4) è tornato sull’argomento con un ampio studio di popolazione sulla prospettiva di vita per gli individui normopeso, sovrappeso e obesi in base al rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e il rischio di mortalità cardiovascolare e non. Nell’insieme i risultati sembrano sfatare il paradosso dell’obesità. I dati di 190.672 persone, estrapolati da studi di coorte longitudinali del Cardiovascular Disease Lifetime Risk Pooling Project nell’arco di 50 anni, hanno mostrato infatti che sovrappeso e obesità si associano a un più alto rischio di malattie cardiovascolari. L’analisi statistica ha evidenziato che il rischio di sviluppare negli anni vita ictus, infarto insufficienza cardiaca o di morte cardiovascolare era più alto nelle persone sovrappeso, obese e ancor di più in quelle con obesità patologica, in misura diversa a seconda del genere. Rispetto ai normopeso gli uomini di mezza età in sovrappeso avevano un hazard ratio per incidenza di malattia cardiovascolare di 1,21, mentre per le donne era di 1,31. I valori salivano rispettivamente a 1,67 e 1,85 con l’obesità normale, fino a 3,14 e 2,53 in caso di obesità patologica. L’associazione tra alti valori di IBM e incidenza di malattia è risultata più forte con l’insufficienza cardiaca rispetto agli altri sottotipi di malattia cardiovascolare presi in esame: un dato che, secondo gli autori,  meriterebbe essere preso in considerazione nei programmi di prevenzione dello scompenso. Gli effetti dell’IBM sulla longevità sono emersi rispetto alla sola condizione di obesità: gli uomini di mezza età normopeso vivevano 1,9 anni e 6 anni in più rispetto ai coetanei obesi e patologicamente obesi, le donne 1,4 e 6 anni in più; mentre avevano una longevità simile a quelli in sovrappeso.

L’osservazione di una più alta incidenza di malattie cardiovascolari nelle persone con IBM sopra la norma era già emersa in precedenti studi di popolazione, a partire dal Frammingham Heart Study e dall’Atherosceloris Risk in Communities study (5-7). Il valore aggiunto di questo studio è di aver associato un incremento significativo del rischio di morbilità dovuta a malattie cardiovascolari non solo all’obesità ma anche al sovrappeso. Nel contesto di una sopravvivenza globale simile o più breve, la prospettiva per le persone con IBM sopra la norma è di vivere un più alto numero di anni con la malattia cardiovascolare. Gli autori dello studio concludono che il paradosso dell’obesità – inteso come una maggiore longevità dopo la diagnosi di malattia cardiovascolare per le persone in sovrappeso e obese – potrebbe essere causato da una diagnosi precoce della malattia cardiovascolare. Proprio perché considerate più a rischio queste persone si sottopongono a più controlli e trattamenti, mentre quelle normopeso possono ammalarsi in maniera inaspettata. Le differenze tra i nostri risultati e quelli di altri studi – aggiungono gli autori – potrebbero dipendere dalla maggiore stratificazione del rischio per età nell’arco della vita e per severità dell’obesità con l’inclusione di dieci studi di coorte con un follow-up a lungo termine.

“Il paradosso dell’obesità ha causato molta confusione e potenziali danni”, ha commentato Sadiya Khan, della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, primo nome dello studio del JAMA Cardiology. “Sappiamo che ci sono rischi cardiovascolari e non cardiovascolari associati all’obesità. Un peso salutare promuove una sana longevità o una vita più sana oltre che più lunga, così che gli anni migliori siano anche quelli in cui si è più in salute. Si tratta di avere una qualità della vita migliore”.

Davanti a un paziente che chiede perché dimagrire se alcune ricerche dicono che si vive più a lungo con qualche chilo di troppo, l’australiano Walker preferisce raccomandare (in particolare a chi ha superato la soglia dei 50 anni) di fare attenzione all’alimentazione mangiando sano e naturale, e programmare dalle tre alle cinque ore di attività fisica settimanali per un terzo di resistenza e per due terzi di cardio-fitness. Molto meglio che ossessionarlo sul peso e sui chili da perdere.

 

Bibliografia

    1. Lavie CJ, Loberg K. The Obesity Paradox: When Thinner Means Sicker and Heavier Means Healthier. Toronto: Hudson Street Press, 2014.
    2. Flegal KM, Kit BK, Orpana H, Graubard BI. Association of all-cause mortality with overweight and obesity using standard body mass index Association of Body Mass Index With Cardiovascular Disease Morbidity Original Investigation Research. JAMA 2013; 309: 71-82.
    3. Walker R. Obesity Paradox. Medium 1 marzo 2018.
    4. Khan SS, Ning H, Wilkins JT, et al. Association of Body Mass Index With Lifetime Risk of Cardiovascular Disease and Compression of Morbidity. JAMA Cardiol. Published online February 28, 2018.
    5. Kannel WB. Overweight and obesity as determinants of cardiovascular risk: the Framingham experience. Arch Intern Med 2002; 162: 1867-72.
    6. 6.Kenchaiah S, Evans JC, Levy D, et al. Obesity and the risk of heart failure. N Engl J Med 2002; 347: 305-13.
    7. Ndumele CE, Matsushita K, LazoM, et al. Obesity and subtypes of incident cardiovascular disease. J AmHeart Assoc 2016; 5: e003921.