Il progetto CentroperCento: 60 centri oncologici in Italia per rendere uniforme la diagnosi di Nsclc e personalizzare le terapie

di Mario Nejrotti

È al via il progetto CentroperCento in 60 oncologie del nostro Paese per rendere omogenee le pratiche di diagnostica molecolare per i soggetti affetti da tumore polmonare non a piccole cellule (Nsclc) e rendere disponibili per tutti gli eleggibili le nuove cure personalizzate nel caso di riarrangiamento Alk. (vedi)

Il nostro sistema sanitario pubblico è uno dei migliori del mondo, ma la gestione regionale ha provocato una qualità difforme dei servizi.

Soprattutto in campo oncologico, pur essendoci stati importanti miglioramenti organizzativi, la diagnostica e di conseguenza la terapia non è uguale su tutto il territorio.

Un campo emblematico di questa situazione è la diagnostica molecolare dei tumori polmonari non a piccole cellule .

Negli ultimi anni la loro tipizzazione è diventata indispensabile per la scelta terapeutica e per le possibilità di cura. Negli ultimi 5-6 anni, infatti, sono stati introdotti nuovi farmaci mirati che stanno cambiando una prognosi prima molto severa e stanno via via soppiantando la tradizionale chemioterapia.

Dalla difformità nelle procedure diagnostiche del paziente affetto dal Nsclc è partita un’analisi della situazione di fatto nella pratica clinica ospedaliera.

“I tempi di risposta delle analisi molecolari e le loro modalità di esecuzione non sono uniformi e sicuramente non ancora ottimali”. Ha  dichiarato Silvia Novello, Ordinario di oncologia medica, presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e membro dell’Expert Panel del progetto.

Uno  studio osservazionale Italiano di Gobbini e altri  , effettuato su 38 centri nel 2015 dimostra che il 23% della popolazione con diagnosi di Nsclc, pur avendo i criteri per essere testato per la mutazione Alk, acronimo che indica il gene del recettore tirosin-chinasico del linfoma anaplastico, non riceve  adeguatamente il test.

Tale constatazione sta alla base del progetto CentroperCento.

Infatti, il test molecolare per l’identificazione del riarrangiamento di Alk nel Dna delle cellule del tumore o delle sue metastasi è necessario in pazienti selezionati con carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio IIIB e IV, cioè quando al momento della diagnosi ci si trova già di fronte ad un tumore localmente avanzato o metastatico.

In questo stadio,tradizionalmente molto allarmante, se ci si trova in presenza di una mutazione Alk, il paziente può trarre giovamento da un trattamento con farmaci specifici.

L’importanza dell’identificazione della mutazione di questo gene è evidente dall’incidenza del cancro del polmone.

Nel 2017 in Italia sono state 41.800 circa le nuove diagnosi di questo tumore, pari all’11% di tutte le nuove diagnosi di tumore nella popolazione generale.
Intorno all’80% di questi nuovi casi sono Nsclc.

È fondamentale applicare una definizione istologica e molecolare precisa a questo grande gruppo disomogeneo, per impostare la corretta scelta terapeutica.
Quindi, il progetto CentroperCento vuole raggiungere l’obbiettivo  di dare accesso al test per l’identificazione del riarrangiamento di Alk al 100% dei pazienti con diagnosi confermata di Nsclc. Il progetto prevede una fase di analisi del contesto attuale e quindi dell’esistenza e l’osservanza di Linee Guida condivise, raccomandazioni, strumenti e modalità diagnostiche molecolari, seguita da un periodo di rilevazione della qualità del percorso di cura condiviso e  ottimizzato.
L’obiettivo finale è di poter sottoporre a terapia personalizzata tutti i pazienti con una diagnosi molecolare corretta.

Il progetto è supportato dalla multinazionale Roche.

L’azienda è certo interessata allo sviluppo della diagnostica molecolare in questo campo, producendo sia il test Ventana, già approvato dalla FDA  per i pazienti da avviare a tre farmaci Alk inibitori (crizotinib, ceritinib e alectinib), sia lo stesso alectinib.

È comunque innegabile che la diagnostica molecolare e i nuovi farmaci  anti tirosin chinasici stiano da un lato cambiando la prospettiva in questo specifico campo dell’oncologia e dall’altro  producendo enormi profitti alle aziende produttrici, che però mettono in difficoltà la sostenibilità dei SSN, per gli alti costi dei singoli farmaci.

La realtà è questa e i governi non sembrano tenere il passo con le loro forze con la ricerca sostenuta dalle multinazionali farmaceutiche.

Ma forse è possibile per i sistemi pubblici fungere ancora di più da forti valutatori.

Progetti come quello reso possibile dalla Roche, possono servire a ottimizzare percorsi diagnostico terapeutici, che aumentino i vantaggi e riducano gli sprechi in questi malati tanto delicati.

Una seria politica pubblica dell’appropriatezza potrebbe contribuire a migliorare e accelerare le diagnosi e a centrare le terapie in modo sempre più personalizzato, con la massima attenzione all’uso solamente di quei farmaci che possono dimostrare e garantire nel tempo una sopravvivenza prolungata e di qualità per i pazienti.

L’attualità di questo obiettivo è confermata dal grande dibattito sui nuovi farmaci che da un lato alimentano enormi speranze, ma che a volte non corrispondono a vantaggi concreti.

In un’opinione comparsa su  TheBMJOpinion solo il 14 marzo scorso

Richard Smith, già editor del British Medical Journal and CEO del BMJ group, riferisce della sua partecipazione ad un dibattito della Cambridge Union. Era invitata l’AstraZeneca che, per celebrare il proprio ritorno a Cambridge, per l’inaugurazione della nuova sede di Addenbroke, ha proposto come argomento della serata: “This house needs new drugs”.

La discussione verteva quindi sui vantaggi e gli svantaggi della presenza della “big pharma” nella ricerca e sui farmaci prodotti, specialmente nei campi innovativi ed oncologici.

Il pensiero dell’opinionista inglese su questa politica di incessante ricerca di novità terapeutiche si riassume nel concetto che i farmaci nuovi sono molto costosi, in particolare quelli per la medicina personalizzata, e proprio il loro costo crea un grave divario sociale, perché non sono accessibili a tutti e in tutti i paesi del mondo.

Concetto sicuramente condivisibile, ma che deve essere mitigato dall’operato dei governi  che debbono discutere e mediare con la big pharma per ottenere una ricerca sempre più seria e controllata e la massima diffusione di farmaci e strumenti diagnostici, calmierando i prezzi e favorendo quelli di maggiore efficacia e tollerabilità.

Nessuno può sfuggire alle proprie responsabilità, ma come ammette lo stesso Smith, il dibattito all’Union di Cambridge si sarebbe concluso subito a favore della tesi dell’Astra Zeneca, se avesse potuto parlare una giovane studentessa dall’aria molto sana, a cui due anni prima era stato diagnosticato un tumore in fase terminale e che era guarita grazie ai farmaci sperimentali. https://www.youtube.com/watch?v=xyxBsYi9iVg&feature=youtu.be&a=