Medicina di genere-specifica: un tema antico con una storia recente

Di Sara Boggio

“Esiste un bias inconscio e sistematico che è radicato… in ciò che i medici, uomini e donne, imparano nel corso della loro formazione”. Il riferimento è al bias di genere e a ribadirlo è una giornalista americana, Maya Dusenbery, che NPR ha intervistato (vedi) per presentare un testo divulgativo dedicato al tema, uscito a marzo di quest’anno e pubblicato da Harper Collins (Doing Harm: the truth about how bad medicine and lazy science leave women dismissed, misdiagnosed and sick).

L’autrice cerca di coniugare ricerca scientifica e sociologica, raccoglie una serie di interviste a medici e ricercatori nonché le esperienze personali di decine di donne in varie parti degli Stati Uniti, compresa la propria, di paziente con artrite reumatoide. Dusenbery è direttore esecutivo di Feministing, sito femminista che si occupa di tematiche sociali, culturali e politiche, ma è dall’esperienza personale, più che dalla formazione e militanza negli ambiti del femminismo, che ha preso coscienza del problema sviluppando poi, di conseguenza, tutto il percorso di studio e approfondimento di cui il libro è traccia. L’esito è un testo accessibile, che si rivolge al vasto e spesso disorientato pubblico di cittadini/pazienti con l’obiettivo di spiegare alcuni dei modi in cui il sessismo ha influito, e continua a influire, sulla medicina, dalla ricerca alla pratica clinica, quindi sulla salute delle donne.

Una delle argomentazioni, e oggetto di analisi, riguarda la tendenza a escludere la popolazione femminile non solo dai trial per la validazione dei farmaci (esito della legittima posizione di cautela della Food and Drug Administration per tutelare le donne da eventuali effetti avversi in caso di futura gravidanza) ma anche dagli studi osservazionali. L’esempio riportato a NPR è uno studio osservazionale statunitense sull’invecchiamento che, iniziato negli anni ’50, ha incluso una coorte esclusivamente maschile fino agli anni ’70 ed è stato sottoposto a revisione soltanto negli anni ’90, quando il Congresso ha dedicato al caso un processo che ne ha reso noti i bias, sollecitando intorno al tema un dibattito allargato e, almeno in parte, la consapevolezza del pubblico di non addetti.

Negli Stati Uniti l’inclusione delle donne negli studi clinici finanziati dai National Institutes of Health risale, per legge, al 1993. Da allora, spiega ancora Dusenbery a NPR, nelle ricerche condotte dai National Institutes of Health le donne rappresentano effettivamente la maggioranza dei soggetti inclusi. Il problema, oltre al fatto che non in tutti gli ambiti di ricerca la rappresentanza è adeguata, è che l’analisi dei dati sulla base della distinzione di genere non è ancora la norma quanto, piuttosto, l’eccezione. La tendenza attuale consiste nel “considerare il risultato generale, perdendo tutte le differenziazioni del caso”.

Dagli Stati Uniti all’Italia un articolato inquadramento del tema, che fa eco e approfondisce quanto accennato, si può leggere sul portale del Ministero della Salute (vedi): “fin dalle sue origini, [la medicina] ha avuto una impostazione androcentrica relegando gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti specifici correlati alla riproduzione. Dagli anni Novanta in poi, invece, la medicina tradizionale ha subìto una profonda evoluzione attraverso un approccio innovativo mirato a studiare l’impatto del genere e di tutte le variabili che lo caratterizzano (biologiche, ambientali, culturali e socio-economiche) sulla fisiologia, sulla fisiopatologia e sulle caratteristiche cliniche delle malattie. In medicina, quindi, nella sperimentazione farmacologica e nella ricerca scientifica, il tema delle ‘differenze di genere’ è storia recentissima”.

Siccome le differenze di genere influiscono su prevenzione, diagnosi, cura e outcome, l’approccio di genere dovrebbe interessare tutte le aree mediche. Ciò che preme sottolineare, come infatti spiega il portale del Ministero, è che tale approccio rientra in una visione che non riguarda soltanto le differenze tra uomo e donna, ma attribuisce alla parola ‘genere’ un senso più vasto ponendosi come fondamentale orientamento “di precisione” e personalizzazione della cura. Per questo si parla di Medicina genere-specifica: una medicina che tiene conto sì, del fatto che la donna non sia “una copia dell’uomo”, ma anche, per esempio, delle variabili anagrafiche, partendo dal presupposto che “il bambino non è un piccolo adulto […] e che l’anziano ha caratteristiche mediche ancora più peculiari”.

Questa consapevolezza, benché recente, è ritenuta decisiva per poter garantire a ogni individuo, uomo o donna che sia, l’appropriatezza terapeutica. Da cui l’indicazione di includere questo campo della ricerca “tra i parametri indispensabili ed essenziali dell’attività clinica e della programmazione ed organizzazione dell’offerta sanitaria del nostro Paese”.

(Tra gli ulteriori approfondimenti suggeriti dal portale ministeriale, si segnala in particolare l’edizione dei “Quaderni del Ministero della Salute” dedicata a “Il genere come determinante di salute. Lo sviluppo della medicina di genere per garantire equità e appropriatezza della cura”, pubblicato nell’aprile del 2016 e disponibile in versione integrale a questo link).