Quel soffitto di cristallo composto da atomi di educata ostilità

Un recente articolo, a cura tra gli altri dell’ Associazione Alessandro Liberati Network italiano Cochrane (vedi),
fa il punto su uno dei nodi sociali, culturali e politici presenti nell’ambito della ricerca scientifica e dell’esercizio della Medicina: il peso del genere e la questione purtroppo sempre aperta delle Pari Opportunità nel determinare l’esito di progetti di vita e di carriere.

Con il titolo “Per una comunicazione scientifica orientata al genere” l’autore analizza la realtà in cui, “negli ultimi decenni, sono stati fatti passi importanti sulla strada di una reale parità di diritti tra ricercatori donne e uomini in ambito medico-scientifico”.

Come si afferma nella traduzione dell’articolo pubblicato su The Italian Journal of Gender Specific Medicine, “l’aumento del numero di donne medico ha contribuito a questo risultato ed è probabile che la situazione migliorerà ulteriormente considerato l’elevato numero di donne iscritte alle facoltà di Medicina. È importante, però, che la valutazione delle competenze e dell’attività clinica e di ricerca dei singoli professionisti e, di conseguenza, la progressione delle carriere siano liberi da condizionamenti legati al genere. Tutte le figure professionali coinvolte nell’attività di comunicazione della ricerca dovrebbero dare il proprio apporto per raggiungere questo obiettivo: vigilando sul rapporto tra il numero delle autrici e quello degli autori dei lavori accettati per la pubblicazione; verificando la coerenza della posizione delle firme delle autrici in rapporto al contributo dato al lavoro di ricerca e di preparazione degli articoli, nonché sull’improprio riconoscimento di honorary authorship; garantendo una composizione equilibrata di genere dei comitati scientifici; monitorando il processo di peer review dei contributi ricevuti ed evitando qualsiasi bias di genere nella valutazione degli articoli”.

Che “la valutazione delle competenze e dell’attività clinica e di ricerca dei singoli professionisti e, di conseguenza, la progressione delle carriere siano liberi da condizionamenti legati al genere” sia un obiettivo indispensabile ma difficile da raggiungere è testimoniato anche da un recentissimo articolo pubblicato il 4 aprile scorso da Pagine Mediche.it che riferisce l’esito di uno studio molto particolare svolto negli Usa: “Scienza: studenti maschi si considerano più intelligenti, in barba ai voti” (https://www.paginemediche.it/news-ed-eventi/scienza-studenti-maschi-si-considerano-piu-intelligenti-in-barba-ai-voti). “Uno studio, primo nel suo genere – si afferma nell’attacco di questo articolo– dimostra che negli anni del college i maschi alle prese con lo studio della biologia si percepiscono come più intelligenti, anche se paragonati a compagne dai voti invidiabili. Mentre, al contrario, le studentesse tendono a sottovalutarsi. La ricerca, pubblicata su ‘Advances in Physiology Education’, mostra che il genere ha un forte impatto sulla percezione della propria intelligenza da parte degli studenti, in particolare quando si confrontano con gli altri. E promette di sollevare discussioni sul tema delle donne nella scienza”.

Infatti, sopravvalutazione delle proprie capacità da parte dei maschi e impropria auto-sottovalutazione delle possibilità da parte delle femmine a raggiungere gli obiettivi prefissati di vita e di carriera sono ancora un dato socio-culturale molto forte. Spesso quest’auto-sottovalutazione da parte delle donne, col passare degli anni vissuti anche in ruoli apicali, si trasforma, di fatto, in un’accettazione, magari non rassegnata, dell’impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Spesso è proprio il contesto della ricerca ad essere il più a rischio: non raro il caso di studi e ricerche al femminile il meritospesso sono è diventato appannaggio esclusivamente maschile.

Una spia di questa impossibilità esistenziale è rappresentata dalla penalizzazione economica alle quale le donne sono sottoposte persino in luoghi dall’economia sviluppata come  lo sono gli Usa. Queste considerazioni si amplificano quando entriamo nel campo medico-scientifico. È quindi lecito domandarsi come etica, deontologia, cultura scientifica possano (anche se in modo sempre più problematico) convivere con il cosiddetto “Soffitto di cristallo” (http://www.treccani.it/vocabolario/soffitto-di-cristallo_%28Neologismi%29/).

Eppure basta cercare in Rete sulla testata Nature  le tracce di questa convivenza “impossibile” per imbattersi in pagine e pagine di testimonianze recenti, studi , riflessioni… É  sufficiente infatti chiedere a Google di ricercare il contenuto di: “Nature & gender bias” per ritrovarsi a disposizione pagine freschissime di pubblicazione in Rete (vedi).

Più improntato alla militanza per l’affermazione del principio delle Pari opportunità il risultato della ricerca digitando, in italiano e sempre su Google, la frase: “Discriminazione di genere nella ricerca medica” (vedi).

Sembra essere cambiato poco dagli anni ’50, quando in Inghilterra una brillante cristallografa fotografò, utilizzando i Raggi X, la forma elicoidale del DNA. La storia personale di Rosalind Franklin, di cui si ricorda più il suo carattere “difficile” che la genialità, è emblematica per descrivere l’ “educata” ostilità verso le donne attive nell’ambiente della ricerca scientifica bio-medica. La scoperta, a sua insaputa, venne comunicata a due ricercatori, Watson e Crick, che nel 1963 ricevettero il Premio Nobel per aver chiarito la struttura chimica e spaziale della molecola fondamentale per la vita, senza che della professoressa Franklin venisse fatta menzione (vei).

Quell’ostilità verso le ricercatrici nel tempo è diventata sempre più “educata” e sempre più eterea, però con la sua trasparenza, rende quel “Soffitto di cristallo” di fatto ancora infrangibile.