Il parere degli esperti influenza il nostro modo di essere genitori?

 A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Nel periodo precedente la nascita di un figlio le persone tendono in genere a ricercare informazioni e a consultarsi con diverse figure professionali che lavorano nell’ambito della medicina e della psicologia. Ma quanto influisce il parere degli esperti sul nostro modo di essere genitori? E in che modo questo contribuisce a definire i ruoli paterno e materno? Erano queste le domande di partenza di uno studio di Rosy Musumeci e Manuela Naldini, sociologhe dell’Università di Torino, i cui risultati sono stati pubblicati recentemente sull’Italian Journal of Gender-Specific Medicine (1). È emerso che in genere entrambi i genitori ritengono fondamentale la presenza della madre al fianco del nascituro nei primi anni di vita e che, invece, il ruolo del padre diventi centrale soprattutto nelle fasi successive. Ciò che è importante, tuttavia, è che entrambe queste convinzioni sono influenzate da quello che viene percepito come il parere degli esperti.

Infatti, ci si aspetta che due persone in procinto di diventare genitori acquisiscano le competenze necessarie per affrontare questo difficile compito. Questo “perché – scrivono Musumeci e Naldini – si ritiene che lo sviluppo emotivo, cognitivo e fisico del loro bambino dipenderà dal loro livello di preparazione e dalle loro abilità”. Spesso, tuttavia, c’è una certa ambiguità per quanto riguarda il rapporto tra genitori ed esperti. Come sostengono le due sociologhe dell’Università di Torino, “da un lato, i genitori sono visti come onnipotenti perché lo sviluppo cognitivo e intellettivo dei figli dipende da loro, dall’altro, essi sono visti come incompetenti e bisognosi di essere istruiti ed educati”. Tale effetto è particolarmente accentuato per le madri, le quali sono spesso incoraggiate ad agire in modo “naturale” e, contemporaneamente, a farsi guidare dagli esperti.

Per indagare questi aspetti, Musumeci e Naldini hanno analizzato 88 interviste, realizzate tra il 2010 e il 2015 a Torino a un campione non rappresentativo di 22 coppie italiane di reddito medio e in cui entrambi i partner risultavano occupati. Queste, tutte in attesa della nascita di un figlio, hanno preso parte allo studio durante l’ultimo trimestre della gravidanza e circa un anno e mezzo dopo il parto. Le interviste consistevano in serie semi-strutturate di domande relative alla storia personale dei genitori e alle loro idee e convinzioni in tema di ruoli genitoriali, gestione delle responsabilità lavorative e quelle di cura dei propri figli,utilizzo di servizi per l’infanzia e piani per il futuro. Dalle risposte le ricercatrici hanno quindi estrapolato le rappresentazioni della cultura genitoriale prevalenti all’interno del campione.

Tra queste, una narrazione molto diffusa riguarda la presenza della madre al fianco dei figli nei primi anni di vita, percepita come “bene per i bambini”. In generale, si tende a considerare una buona madre una donna che si assume la responsabilità quasi esclusiva della cura dei propri figli. Al contrario, si percepisce come un buon padre un uomo che fa di tutto per garantire alla famiglia un reddito e mezzi di sussistenza. In linea con la letteratura internazionale (2,3), è poi emerso che entrambe le figure genitoriali (e le madri in particolare) tendono a utilizzare e interpretare le evidenze scientifiche e la conoscenza degli esperti per giustificare le proprie idee in merito a ciò che considerano essere una genitorialità “buona” e “appropriata”, al benessere dei figli e alle strategie di gestione degli impegni familiari e lavorativi “che implicano ruoli separati e differenti tipi di coinvolgimento per padre e madre”.

L’idea di una madre iperpresente nei primi anni di vita dei figli ricalca un concetto che a livello di ricerca accademica viene definito “maternità intensiva”, il quale prevede – come riportato dalle autrici – che “una buona madre spenda una quantità enorme di tempo, energia e risorse materiali per il proprio figlio e dia priorità ai suoi bisogni” (4). Un’idea che, anche in questo caso, fa spesso riferimento alla conoscenza degli esperti, come appare chiaro dalle trascrizioni di alcune interviste realizzate per lo studio: “Dalle letture che ho fatto – spiega Agnese (nome di fantasia), una madre di 36 anni -, siamo convinti che la presenza della madre sia indispensabile. Dopo, quando all’età di tre anni il bambino comincia a sviluppare una socialità, è la figura del padre a diventare cruciale, in quanto mezzo utile al bambino per affacciarsi sul mondo”.

Musumeci e Naldini, tuttavia, non possono non sottolineare che l’idea di una “maternità intensiva” appare in contrasto con altre “aspettative e imperativi sociali” come, ad esempio, le richieste del mondo del lavoro: “dalle donne ci si aspetta che lavorino e che concilino lavoro e famiglia, e sia ad esse che agli uomini è richiesto di conformarsi al modello del cosiddetto lavoratore incondizionato”. In particolare, le barriere più rilevanti in questo senso sono costituite dai limiti nella concessione di congedi parentali, dall’insufficienza di orari lavorativi flessibili, dall’assenza di un numero adeguato di centri diurni e dal ridotto controllo sul carico lavorativo. Si può dire, in conclusione, che in genere sono le madri a svolgere un ruolo più attivo nella fase di transizione verso la genitorialità, ad esempio consultando esperti e cercando in internet notizie e diventando, di fatto, la prima fonte di informazioni per i padri. Tuttavia, tale predominanza del ruolo materno in questa fase sembra essere in conflitto con altre aspettative di natura sociale, come quelle relative al mondo del lavoro.

 

Bibliografia

  1. Musumeci R, Naldini M. Parenting in Italy: exploring compliance and resi stance to the expert-led parenting model during the transition to parenthood. Italian Journal of Gender-Specific Medicine 2017; 3: 117-20.
  2. Wall G. Mothers’ experiences with intensive parenting and brain development discourse. Women’s Studies International Forum 2010; 33: 253-63.
  3. Wilson H. Brain science, early intervention and ‘at risk’ families: implications for parents, professionals and social policy. Social Policy and Society 2002; 1: 191-202.
  4. Hays S. The cultural contradictions of motherhood. New Haven, CT: Yale University Press, 1996.