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AIDS. Vaccini e immunizzazione passiva: la ricerca avanza

di Mario Nejrotti

 

Nella settimana dell’immunizzazione, voluta dall’OMS per chiarire una volta per tutte che i vaccini funzionano e i rischi sono molto inferiori ai benefici di popolazione che essi portano con sé, parliamo di immunizzazione verso l’HIV.

Se questa patologia potesse essere prevenuta con un vaccino si andrebbe verso la soluzione di un problema  che specie nell’Africa australe sta assumendo proporzioni esplosive. Infatti in queste regioni negli ultimi 10 -15 anni l’età media delle nuove infezioni si è molto abbassata e si aggira sui vent’anni.

Diviene fondamentale trovare un mezzo per proteggere questi giovani.

Attualmente 1,8 milioni di persone all’anno sono contagiate dall’HIV e 21 milioni di persone sono in terapia.

Non sembra percorribile, almeno in tempi brevi, la strada di un vaccino e la cura preventiva con farmaci non ha dato i risultati sperati. Infatti, l’assunzione quotidiana di una dose di farmaco per lunghi o lunghissimi periodi non sembra praticabile, nemmeno in condizioni sociali ottimali, che non sono quelle di questi paesi. Inoltre i giovani non sono inclini ad assumere farmaci quando si trovano in buona salute.

Un lavoro, apparso su  Nature Medicine  e riportato da NPR, nella sua rubrica on line , Goats and Soda Health

spiega come si stia sperimentando un metodo, piuttosto datato, ma che si era dimostrato efficace per l’immunizzazione di soggetti a rischio di epatite, prima dell’avvento e della diffusione dei vaccini.

Questa sperimentazione per il momento viene fatta sulle scimmie macaco.

L’esperimento è stato effettuato su sei soggetti. Sono stati inoculati due anticorpi anti-HIV che proteggevano per parecchi mesi la maggior parte del piccolo gruppo di scimmie dall’infezione HIV. Si otteneva così un potente anticorpo ibrido umano-scimmiesco chiamato SHIV.

Malcolm Martin, capo dell’istituto di Patogenesi Virale, della sezione di Virologia del National Institute of Allergies and Infectious Diseases e coordinatore del lavoro, ha dichiarato:”Pensiamo che questo approccio potrebbe essere un modo importante per prevenire la trasmissione negli esseri umani, in particolare nelle regioni del mondo in cui l’HIV è endemico. Questo non è un vaccino ma un modo per prevenire (l’infezione)”.
Emilio Emini, direttore del programma HIV della Fondazione Gates( finanziatore della nuova ricerca, di NPR e del blog che pubblica la notizia) concorda sulla validità dell’approccio e  spera che la sperimentazione dimostri la possibilità di realizzare un cocktail  di anticorpi neutralizzante,che darebbe una protezione prolungata per molti mesi  contro l’infezione da HIV.

In una malattia come AIDS che colpisce prioritariamente il sistema immunitario, non è facile disporre di anticorpi efficaci, ma i ricercatori stanno adoperando quelli provenienti da una piccola parte di pazienti (1% dei malati), che Malcom Martin chiama “neutralizzatori d’élite”, i quali nei primi tempi della malattia riescono a svilupparne ancora.

Purtroppo questi soggetti, pur riuscendo ad avere un basso livello virale e riuscendo a vivere più a lungo senza farmaci, presentano localizzazioni “nascoste” del virus, che poi con il tempo fatalmente  si sviluppano. Comunque i loro anticorpi sono efficaci e, modificati geneticamente, restano a lungo.

La somministrazione sottocute di piccole quantità di una combinazione di due anticorpi riesce a mantenere l’efficacia protettrice per sei – dodici mesi e, se i risultati iniziali saranno confermati, potrebbe rappresentare una possibilità in più. Sembra che anche i costi siano contenuti, date le piccole quantità necessarie per risultare efficaci. Con poche iniezioni periodiche si otterrebbe con relativa semplicità una protezione di massa specie nelle zone a rischio epidemico per la prevalenza elevata di AIDS, soprattutto nei giovani, chiave di volta per ridurre la diffusione dell’infezione.

Altri studi sugli esseri umani si stanno svolgendo nel mondo ( otto sono citati nell’articolo di NPR con più di 5000 pazienti arruolati).  L’impressione è che questi Ab nei soggetti in cui sono stati inoculati durino più a lungo, perché non riconosciuti estranei, come invece capita per quelli provenienti  dal sistema immunitario delle scimmie.

Il problema resta il costo di queste altre immunizzazioni  che è ancora troppo superiore ai 150$ all’anno per paziente ( paragonabile a quello per una terapia farmacologica), posti come  limite sostenibile dalla Fondazione Gates per i paesi a basso reddito, in cui risulterebbe  più utile.