Medici di famiglia, assicurazioni sanitarie e centri commerciali

Di Sara Boggio

Medici di famiglia che scompaiono, assicurazioni sanitarie e centri commerciali pronti a prenderne il posto: il panorama statunitense è un’inesauribile fonte di riflessione sulle polimorfiche (e spesso paradossali) configurazioni che può assumere la cura in un contesto di assistenza essenzialmente privatistica. A raccontare l’intreccio tra medicina generale, compagnie assicurative e catene di negozi al dettaglio è un articolo del New York Times significativamente intitolato The disappearing doctor: how mega-mergers are changing the business of medical care (vedi. Gli autori, Reed Abelson e Julie Creswell, sono reporter specializzati in politica ed economia sanitaria statunitensi).

“Non c’è dubbio sul fatto che la medicina ‘di prima linea’ – la tradizionale assistenza primaria in mano ai medici di famiglia – sia sotto assedio da anni. Tante ore di lavoro e una scarsa retribuzione hanno trasformato le cure primarie in un’opzione poco attraente per molti aspiranti medici”, scrivono Abelson e Creswell. Sottolineando che anche la relazione tra medico e paziente è “radicalmente cambiata” (forse per non dire che è stata letteralmente stravolta): “A prescindere dai casi di emergenza reale, le aspettative dei pazienti riflettono ora la cultura della disponibilità 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per qualsiasi cosa”. Ed è proprio in questo contesto-limite che assicurazioni sanitarie e catene di negozi stanno creando alleanze con l’intenzione, tutt’altro che teorica, di farsi strada, in base al principio per cui ciò che è strettoia per i pesci piccoli appare invece come porta aperta per i grandi. Le manovre in atto consistono nell’apertura di studi medici all’interno dei centri commerciali e riguardano niente meno che CVS Health e Walmart, colossi della vendita al dettaglio (per prodotti farmaceutici e parafarmaceutici il primo, per qualsiasi altro bene di consumo il secondo), rispettivamente in affari con Aetna e Humana, assicurazioni sanitarie tra le maggiori degli Stati Uniti (vedi, vedi) .

Il numero di cittadini americani che ricorre agli studi medici dei centri commerciali è sempre più alto: in queste sedi le necessità di base delle cure primarie sono gestite da infermiere o assistenti medici in praticantato, e costano meno. Secondo l’agenzia di consulenza Merchant Medicine, riferisce il New York Times, le cliniche di questo tipo già operative sono 12.000. Altro elemento che fa pensare a un’ascesa del trend, secondo i dati delle assicurazioni analizzati dall’Health Care Cost Institute (vedi), è il fatto che, al contrario delle consulenze specialistiche, le visite dal medico di famiglia siano scese del 18% tra il 2012 e il 2016.

La fusione da 69 miliardi di dollari tra Aetna e CVS Health, che già possiede oltre un migliaio di MinuteClinics, amplierebbe il numero di clienti di entrambe (rispondendo per le rime a un’assicurazione concorrente, UnitedHealth, che conta tra i suoi impiegati oltre 30.000 medici e gestisce uno dei gruppi di medicina d’urgenza più grandi del paese, MedExpress, oltre a una grossa catena di centri specializzati in chirurgia).

Centri commerciali e assicurazioni, puntualizzano ancora Abelson e Creswell, non solo trarrebbero considerevoli guadagni dalla vendita dei medicinali prescritti dai propri medici e distribuiti dalle farmacie dei propri punti vendita, ma potrebbero disporre di una quantità di dati, relativi ai pazienti/clienti, potenzialmente ancora più redditizi.

Non a caso CVS e Walmart non sono i soli a muoversi in questa direzione. Ci stanno pensando anche giganti del calibro di Amazon, JP Morgan e Berkshire Hathaway: “frustrati dalle attuali condizioni del sistema sanitario”, hanno deciso di unire le forze per offrire ai dipendenti forme di assistenza alternative a quelle, evidentemente vacillanti, rimaste sul mercato. In California, la Apple lo ha già ufficialmente annunciato (così riporta anche la CNN: vedi). In parallelo, è in crescita costante il numero di aziende che sviluppano app sanitarie per smart-phone riservate ai dipendenti.

Alcuni dei medici chiamati a commentare la situazione confermano che la ‘migrazione’ di pazienti è un fenomeno in corso. E fanno appello a una manciata di capisaldi logici e deontologici che, a quanto pare, nessuno prende in considerazione: a costi minori non necessariamente corrispondono cure di qualità migliore, affidare le prescrizioni a chi non conosce in modo accurato la storia clinica del paziente può incrementare gli esami di screening non necessari (quindi, complessivamente, aumentare i costi sanitari), conquistare la fiducia del paziente richiede tempo…

In tutto ciò i grossi gruppi stanno già pensando a come occuparsi di diabete, ipertensione e malattie croniche, con l’intenzione di far evolvere la clinica del centro commerciale in luogo di cura a lungo termine.