Diarrea e polmonite: l’ Azitromicina a bambini sani africani. Una ricerca che desta perplessità

 

di Mario Nejrotti

 Un articolo comparso il 25 Aprile 2018 su Goats and Soda, blog dell’emittente radiofonica NPR presenta un lavoro di ricerca, appena pubblicato sul New England Journal of Medecine ,  (NEJM)  che propone una soluzione possibile alla tragedia delle morti prevenibili in bambini fino a 5 anni di età. Nel mondo più di 15.000 di loro muoiono ogni giorno di diarrea o polmonite, la maggior parte nei Paesi in via di sviluppo. La cifra globale di bambini, come quelli che si vedono nella fotografia,  morti nel 2016 è spaventosa e ammonta a 5.600.000 individui, secondo dati dell’OMS.

La ricerca, svolta in tre distretti dell’area sub sahariana, il Malawi, il Niger e la Tanzania,

 ha arruolato 190.238 bambini sani tra uno e 59 mesi di età.

A metà di loro per un periodo di due anni, è stata somministrata, conformemente alle campagne già avviate contro il Tracoma, una singola dose semestrale di 20 mg/kg di azitromicina. L’altra metà ha ricevuto un placebo.

Dai dati emersi, nel gruppo che ha ricevuto l’antibiotico orale si è registrata una riduzione di mortalità del 14%, che ha raggiunto il 18%, dato statisticamente significativo, nel Niger, Stato che ha il più elevato tasso di mortalità infantile al mondo.

Infatti, mediamente per 1000 individui che  hanno ricevuto la dose di antibiotico si sono avuti 14,6 decessi, contro i 16,5 nel gruppo trattato con placebo.

L’uso di antibiotici  in fase preventiva è stato anche valutato in Etiopia per combattere il Tracoma e anche in questa occasione si è notata una concomitante riduzione nelle infezioni infantili più diffuse.

La domanda che si pone il commento di NPR è se questa strategia semplice e immediatamente utile per evitare poco più di 2 morti su 1000 rispetto al placebo, sia una buona soluzione o possa creare gravi problemi di resistenza antibiotica, che sul medio periodo potrebbero esporre a rischio di morte molti più bambini.

Ottenere un successo immediato e salvare molti bambini è certamente una strategia difficile da criticare.

Anche negli Stati Uniti somministrare antibiotici a persone sane è stata una pratica adoperata negli anni 90. L’ampicillina, infatti, è stata prescritta durante il travaglio a gravide che risultavano positive allo streptococco di gruppo B (GBS), pur non essendo clinicamente malate (GBS), ha dichiarato a NPR il dott. Aaron Michael Milstone, pediatra ed epidemiologo della Johns Hopkins School of Medicine, non coinvolto nello studio.

L’infezione neonatale, trasmessa dalla madre, poteva essere fatale per il piccolo e l’ampicillina era in grado di bloccarla. Il risultato è stato di una netta riduzione dei casi di infezione da parto, passando da 7.600 nel 1990 a 2000 nel 2012, secondo i Centers for Disease Control and Prevention. Il rovescio della medaglia è che l’uso di massa della ampicillina ha ridotto molto il suo potenziale antibatterico, ad esempio contro l’E.Coli.

La stessa cosa potrebbe capitare per l’azitromicina, con gravi risvolti per la salute pubblica, ad esempio per la cura della gonorrea nei paesi emergenti, come sostiene Ramanan Laxminarayan, direttore del Center for Disease Dynamics, Economics and Policy di Washington, D.C. Laxminarayan, non  associato a questo studio.

Secondo il Dr. Rasa Izadnegahdar, vice direttore della divisione salute globale della Bill & Melinda Gates Foundation, che ha supportato la ricerca, ci troviamo di fronte a una strategia sanitaria relativamente semplice. Certamente non sarà risolutiva, ma di una certa utilità, se integrata con altri sforzi per ridurre la mortalità infantile, nei Paesi dove essa è molto elevata, ma tenendone ben presenti i rischi.
Molto più favorevole ( e come potrebbe essere diverso) a questo intervento di massa è il Dr. Charles Knirsch, vicepresidente della Pfizer Vaccines Clinical Research, industria che produce azitromicina e che ha donato i farmaci necessari allo studio. Egli sostiene che gli antibiotici sono usati raramente in alcuni degli angoli più poveri e remoti del mondo. È possibile che  in quelle aree la resistenza sia meno problematica e  il rischio molto basso.

Se pure resta un dibattito difficile, perché in gioco c’è la vita di una quota di bambini, che si potrebbero salvare subito, molto più ponderata e condivisibile sembra l’opinione di Lance Price, professore di sanità pubblica alla George Washington University e fondatore del Centro di azione per la resistenza agli antibiotici della Scuola di salute pubblica di Milken Institute, il quale sostiene che sarebbe più utile per il nostro pianeta organizzarsi e finanziare programmi per eliminare le cause di fondo delle malattie infettive nei bambini.

“I problemi fondamentali sono la mancanza di servizi igienico-sanitari, di acqua pulita e la malnutrizione – afferma Price   – così come la mancanza di vaccinazioni e il ridotto accesso all’assistenza sanitaria.”

Dare solo antibiotici di massa, per una loro supposta capacità preventiva, che probabilmente sarebbe meglio chiamare “terapeutica precoce” e ottenere risultati di poco migliori rispetto al placebo, come si legge nello stesso lavoro originale, non è risolvere il problema, ma applicare un pannicello caldo su una ferita purulenta.

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