Antidepressivi: la voce di tre generazioni di lettori/pazienti

Di Sara Boggio

In un articolo sull’uso degli antidepressivi e sui sintomi da dipendenza sviluppata da alcuni pazienti (Many People Taking Antidepressants Discover They Cannot Quit: vedi), il New York Times chiedeva ai lettori di descrivere la propria esperienza nella fase finale del trattamento. All’appello hanno risposto 8.800 persone di età e background tra loro molto diversi (teenager, studenti universitari, neo-mamme, pensionati), i cui punti di vista rendono il panorama sul tema più articolato, e degno di attenzione, di quanto già non sia. Uno degli autori del pezzo (Benedict Carey, giornalista scientifico per il New York Times specializzato in temi medico-sanitari: vedi), è quindi tornato sull’argomento riprendendo gli spunti fondamentali acquisiti dalle testimonianze e contestualizzandoli entro una cornice di ‘storia minima’ di riferimento (pressoché gli ultimi trent’anni. L’articolo si può leggere integralmente qui).

Decine di persone, puntualizza innanzitutto Carey, hanno scritto che gli antidepressivi sono stati letteralmente dei salvavita, soprattutto nel caso di disturbi del comportamento cronici. Alla loro voce l’autore affianca quella dei medici che hanno partecipato al discorso per un timore specifico (e ahimè non estraneo all’approccio di tanto giornalismo generalista): l’allarmismo. Evidenziare questo tipo di criticità, scrivono i medici, è “irresponsabile e inutilmente allarmante per coloro che, dagli antidepressivi, potrebbero trarre beneficio”.

Ciò che tuttavia emerge dalla maggioranza dei feedback ricevuti (ciò che li rende, secondo Carey, particolarmente importanti) è il modo in cui “gli antidepressivi moderni, a cominciare dal Prozac nel 1987, sono penetrati nella nostra cultura e hanno plasmato la pubblica percezione della malattia mentale. Queste storie tracciano delle nette differenze demografiche: lettori di generazioni diverse sono arrivati agli antidepressivi, e hanno provato a smettere, per ragioni diverse”.

I lettori di età superiore ai 60 anni sono testimoni di un’epoca in cui la depressione era considerata una “debolezza di carattere” e riportano, in genere, di aver iniziato la terapia farmacologica in periodi della propria vita particolarmente difficili (in seguito a eventi traumatici come la scomparsa di una persona cara, un divorzio, la perdita del lavoro). Questa generazione percepiva il farmaco come appiglio temporaneo, da cui la somministrazione a breve termine.

“Ma a partire dalla metà degli anni novanta – scrive Carey – le case farmaceutiche hanno convinto gli organi governativi deputati alla regolamentazione che assumere farmaci a lungo termine riduce notevolmente il rischio di ricadute, in caso di depressione ricorrente o cronica”.

Così avrebbe avuto inizio “l’era della prescrizione a tempo indeterminato, e non soltanto per i profili clinici più severi”. Al cambio di prospettiva contribuiscono in modo decisivo, secondo la ricostruzione del New York Times, almeno due fattori: da una parte la teoria della depressione in termini di “squilibrio chimico”, dall’altra la variazione dei regolamenti federali in materia di pubblicità dei farmaci (il riferimento è al Direct-To-Consumer-Advertising, che consente alle case farmaceutiche la sponsorizzazione diretta dei propri prodotti. Sul tema – sui suoi risvolti etici, clinici ed economici – rimandiamo a uno studio dedicato alla storia del linguaggio pubblicitario in ambito farmaceutico, alle forme che ha assunto nel mercato statunitense – e di conseguenza in molte altre parti del mondo – e al modo in cui ha inciso sul ruolo del paziente e sulla relazione tra pazienti e medici: vedi).

La fine del millennio segnerebbe quindi un passaggio cruciale e al tempo stesso ambivalente: da un lato una diminuzione dello stigma nei confronti della malattia mentale (che ha dato certamente respiro ad argomenti in precedenza relegati a tabu), dall’altra l’eccesso di medicalizzazione che oggi, nel panorama statunitense, è sotto gli occhi di tutti.

I lettori nati alla fine degli anni ’70, prosegue Carey, tendono a pensare che la depressione abbia una base biologica e a considerare gli antidepressivi come un’opzione ampiamente diffusa. Altrettanto significative altre due differenze rilevate: rispetto ai lettori più anziani, la fascia dei quarantenni avrebbe una maggiore familiarità linguistica con la classificazione delle malattie psichiatriche, mentre la volontà di ricorrere all’assunzione temporanea dei farmaci deriverebbe principalmente da motivi pratici legati ai possibili effetti collaterali (per esempio le ripercussioni sul feto in caso di gravidanza, le disfunzioni sessuali, l’aumento di peso).

Il terzo passaggio è segnato dall’ingresso, tra i pazienti, della popolazione adolescenziale e infantile. Sono un migliaio i lettori di vent’anni, o età inferiore, che hanno lasciato la propria testimonianza al New York Times, quasi tutti dichiarando che a decidere per loro sono stati i genitori. La percezione che questa generazione ha della malattia mentale e della terapia farmacologica è al polo opposto rispetto a quella delle generazioni precedenti, e soprattutto per un motivo: quasi tutti conoscono qualcuno che ha assunto antidepressivi, o altri psicofarmaci, per periodi di tempo prolungati. Eppure è proprio da questa fascia di lettori che arriva anche la maggior parte delle domande, in particolare sugli effetti a lungo termine. Rispetto ai quali, conclude Carey, nessuno al momento è in grado di rispondere.