Conflitti di interesse, riguardano anche la ricerca sui trattamenti psicosociali

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Si parla spesso  di conflitti di interesse in ambito farmacologico, relativi all’interpretazione dei risultati di un trial clinico, alla stesura di linee guida e alla pubblicazione di meta-analisi (1). Il discorso viene affrontato di rado, invece, per quanto riguarda la ricerca sui trattamenti psicosociali, come la psicoterapia, la psicoeducazione, il counseling o altri interventi di questo tipo. Tuttavia, secondo John P.A. Ioannidis e Ioana-Alina Cristea della Stanford University – autori di un approfondimento sul tema pubblicato dalla rivista JAMA Psychiatry – questi interventi non sarebbero immuni da bias associati a una qualche forma di guadagno, economico e non, da parte dei ricercatori che ne valutano l’efficacia (2).  Secondo i due autori, quindi, è necessario implementare delle regole precise e costruite ad hoc per garantire il massimo livello di trasparenza possibile.

Nell’ambito della ricerca farmacologica, e non solo, dichiarazioni di eventuali conflitti di interesse sono richieste sempre più spesso dalle riviste scientifiche, pena la non pubblicazione degli studi. “Tale rafforzamento delle policy, per quanto riguarda le riviste mediche, non è ancora ottimale – scrivono Ioannidis e Cristea – ma nel tempo sono stati fatti dei passi in avanti”. Non si può dire lo stesso in merito ai trattamenti di natura psicosociale, i quali rappresentano una porzione significativa dell’assistenza sanitaria e della ricerca biomedica. “Alcuni di questi sono molto utilizzati”, sottolineano i due ricercatori. Tuttavia, a causa della scarsa regolamentazione, la qualità delle evidenze relative a tali interventi è spesso estremamente variabile.

Una delle ragioni alla base di questa differenza è la difficoltà a trovare un corrispettivo, per quanto riguarda trattamenti come la psicoterapia o il counseling, di un’industria manifatturiera. “Accade raramente che gli interventi psicosociali nascano da un programma di ricerca aziendale coordinato “, scrivono i due ricercatori della Stanford University. È molto difficile, di conseguenza, stabilire chi trae un guadagno dall’adozione e dalla diffusione di uno specifico tipo di trattamento . Per questo motivo, le policy utilizzate nell’ambito della ricerca farmacologica risultano spesso inadeguate o difficilmente trasferibili a questo tipo di interventi. Infatti, anche se molte riviste scientifiche che operano nell’ambito della ricerca psicologica adottano ufficialmente le indicazioni relative ai conflitti di interesse dell’International Commitee of Medical Journals Editors, delle policy specifiche sono spesso  assenti.

I pochi studi che hanno indagato questo aspetto forniscono dati relativamente frammentari. Ad esempio,  da una ricerca del 2015 che ha indagato le dichiarazioni di conflitto di interesse presenti negli articoli firmati dai responsabili di quattro interventi genitoriali presenti sul mercato è emersa una variabilità molto elevata: queste erano riportate in media nel 32% delle pubblicazioni, con un range che andava dall’11% al 73% (3). “L’assunzione centrale dello studio era che le dichiarazioni dovessero essere riportate in tutti gli articoli – specificano Ioannidis e Cristea – , gli autori suggeriscono che questa grande variabilità potrebbe essere dovuta a un insufficiente controllo a livello editoriale”.

Di certo, non gioca a favore della trasparenza  la mancanza di linee guida ad hoc. Questa, secondo gli autori dell’articolo di JAMA Psychiatry, sarebbe dovuta in primo luogo dalla scarsa conoscenza, a differenza ad esempio della ricerca in ambito farmacologico, dei bias che potrebbero emergere da una situazione di conflitto di interessi. Paradossalmente, questa condizione dipenderebbe proprio dalla scarsa disponibilità di dichiarazioni di conflitto, “perché non esistono database relativi ai contributi dati ai ricercatori in questo campo”. In questo senso, secondo i due ricercatori della Stanford University sarebbe prima di tutto opportuno chiarire “cosa debba essere dichiarato, e riguardo a chi”.

Un caso eclatante riguarda le iniziative commerciali finalizzate alla diffusione e lo studio di interventi psicologici. “È facilmente intuibile – spiegano Ioannidis e Cristea – che qualsiasi tipo di rapporto con entità che ricercano un profitto (per esempio grant, onorari, conferenze sponsorizzate) dovrebbe essere dichiarato”. Si pensi a Deprexis, un trattamento cognitivo online per la depressione sviluppato e commerciato dall’azienda GAIA. “Un eventuale rapporto di un ricercatore con GAIA, ad esempio, dovrebbe essere chiarito”. Ma ciò dovrebbe valere anche per attività di supporto, quali pubblicazioni di libri, corsi di formazione, dimostrazioni, redazioni di manuali o per affiliazioni a fondazioni e società scientifiche che promuovono un certo tipo di intervento psicologico (per esempio l’Association for Cognitive Therapies o l’American Psychoanalytical Association).

“La dichiarazione di un conflitto di interesse associato a un intervento psicosociale non dovrebbe essere vista come una debolezza”, sottolineano gli autori. Spesso, ricercatori che evidenziano rapporti, anche cospicui, con le aziende producono delle evidenze scientifiche meno soggette a  bias di quelli che invece tendono a nasconderli. L’elemento chiave, quindi, è la trasparenza. Tuttavia, “è prima di tutto fondamentale – concludono Ioannidis e Cristea – aumentare la consapevolezza di tutte le parti in gioco (ricercatori, editori, revisori e lettori) in merito all’importanza e alla specificità dei conflitti di interesse relativi a questo genere di trattamenti”.

 

 

Bibliografia

  1. Ahn R, Woodbridge A, Abraham A, et al. Financial ties of principal investigators and randomized controlled trial outcomes: cross sectional study. BMJ 2017; 356: i6770.
  2. Cristea IA, Ioannidis JPA. Improving disclosure of financial conflicts of interest for research on psychosocial interventions. JAMA Psychiatry 2018; doi:10.1001/jamapsychiatry.2018.0382.
  3. Eisner M, Humphreys DK, Wilson P, Gardner F. Disclosure of financial conflicts of interests in interventions to improve child psychosocial health: a cross-sectional study. PLoS One 2015;10: e0142803.