Infezioni ospedaliere: laviamocene le mani!

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

“Costi umani, sanitari ed economici, che derivano da comportamenti sbagliati e organizzazioni carenti e che possono essere prevenuti tramite una migliore cultura da parte degli operatori. In Italia ci sono settemila decessi evitabili collegati alle infezioni ospedaliere, con un costo aggiuntivo pari ad un miliardo di euro”. Sono le parole che Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di Sanità, ha usato per inquadrare l’emergenza infezioni ospedaliere (anche italiana) all’Università Cattolica.  Secondo i calcoli della facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata di Roma una singola infezione ospedaliera prolungando la degenza del 7,5-10% delle giornate di ricovero ha un costo medio di circa 9-10,5 mila euro, con un impatto per l’appunto superiore a un miliardo di euro l’anno sul sistema sanitario nazionale. In teoria almeno un terzo delle infezioni ospedaliere è potenzialmente prevenibile ed evitabile. Come? Il semplice lavaggio delle mani riesce a prevenire da sola il 40% delle infezioni ospedaliere ma è importante anche la prevenzione tramite disinfezione e la sterilizzazione, ha sottolineato Ricciardi.

Un ambito ad alto rischio è quello chirurgico. Sempre secondo le stime dell’Università di Tor Vergata nel nostro paese il 32% delle infezioni nosocomiali rientra nella categoria delle infezioni da sito chirurgico (SSI, Surgical Site Infection). Oltre ad essere le più frequenti sono anche le più onerose. Sono la conseguenza di interventi chirurgici e terapeutici più complessi in pazienti metabolicamente e immunologicamente più compromessi. Tuttavia il 40-60% di esse potrebbe essere evitato rispettando delle adeguate misure di controllo e di prevenzione.

La dimensione globale del problema

Molti fattori sembrano contribuire al rischio di sviluppare una infezione nel percorso di un paziente ricoverato che deve essere sottoposto a una procedura chirurgica. Uno di questi è la condizione economica del paese. Secondo i dati pubblicati quest’anno sul Lancet Infectious Disease (1) l’incidenza delle SSI è del 12,3% variando dal 9,4% nei paesi ad alto sviluppo umano, al 14% in quelli a medio sviluppo  e al 23,2% in quelli a basso sviluppo. L’indice di sviluppo umano adottato in economia come indicatore di sviluppo macroeconomico è risultato essere un fattore di rischio indipendente per questa tipologia di infezioni a prescindere dal grado di contaminazione intraoperatoria. I pazienti dei paesi a più basso sviluppo risultano essere a più alto rischio di SSI e anche di infezioni resistenti agli antibiotici. Le percentuali sono state estrapolate dal GlobalSug Collaborative a partire dai dati sulle SSI di 12.539 pazienti di 343 centri di 55 paesi diversi in Africa, Asia, Europa, Nordamerica, Oceania e Sudamerica proprio allo scopo di dare una dimensione globale del problema.

Diventa un imperativo – si legge in un commento del Lancet Infectious Disease (2) – migliorare gli outcome nei paesi più poveri, tenuto conto in particolare della associazione tra SSI e mortalità, reintervento, ospedalizzazioni maggiori. La parola chiave è la prevenzione con pratiche basate sulle evidenze. La prevenzione di tali infezioni risulta complessa e richiede diverse misure preventive da attuarsi prima, durante e dopo la chirurgia. Il problema è che la loro implementazione non è standardizzata a livello globale. Proprio per colmare questa lacuna nel 2016 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato delle linee guida (3) proprio allo scopo di fornire un’ampia serie di raccomandazioni basate sull’evidenza da applicare durante i periodi pre-, intra- e post-operatorio al fine di prevenire la comparsa di infezioni e di semplificare la sua stessa checklist per la sicurezza in sala operatoria quale strumento guida per l’esecuzione dei controlli a supporto delle équipe operatorie.

Alcuni studi hanno comunque evidenziato che l’applicazione delle checklist non si traduce sempre e comunque in un rischio più basso di SSI. “Il problema principale, commenta il Lancet Infectious Disease (2), è piuttosto di tipo culturale, cioè la buona volontà di seguire i protocolli locali per la prevenzione dell’infezioni. L’abuso relativo di antibiotici nei paesi a basso e medio reddito si associa ad un aumento dell’antibiotico resistenza. Se questo è davvero uno dei principali fattori che contribuiscono alle SSI, si rende sicuramente necessario anche uno sforzo maggiore nella gestione antimicrobica, in particolare nei paesi meno sviluppati”.

Prima di tutto… l’igiene delle mani

Come tutte le emergenze sanitarie le infezioni ospedaliere sono diventate oggetto dello sviluppo di misure innovative, trattamenti e device tecnologici, da adottare in ottica di prevenzione e quindi anche di risparmio economico. Tuttavia l’igiene delle mani rimane la singola misura più efficace per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie ed in linee guida nazionali e internazionali. L’entità delle prove di efficacia dell’igiene delle mani nel prevenire le infezioni ospedaliere è costantemente aumentato dall’esperienza clinica di Semmelweis nel 19esimo secolo agli studi fino ad oggi pubblicati (4,5). Tuttavia si pone il problema della adesione a questa pratica che – purtroppo  –  tra gli operatori sanitari continua a essere a livelli piuttosto bassi (6). 

Quali ne sono le ragioni? “In un’era di batteri Gram negativi multi resistenti – scrive Nikunj Mahida della Nottingham University Hospitals NHS Trust sul numero del Gimpios dedicato al lavaggio delle mani (7) – è tempo di fare il punto della situazione e di considerare che abbiamo passato un buon numero di anni facendo ricerche sull’igiene delle mani con poche prove che una specifica strategia funzioni. Forse la ricerca in futuro si dovrebbe concentrare non su campagne per migliorare l’igiene delle mani a tutti i costi, ma sul comprendere quando l’igiene delle mani è di maggior beneficio, su un contesto ragionevole, obiettivi raggiungibili, e poi sul monitoraggio usando metodi riproducibili e validati”.

 

Bibliografia

  1. GlobalSurg Collaborative. Surgical site infection after gastrointestinal surgery in high-income, middle-income, and low-income countries: a prospective, international, multicentre cohort study. Lancet Infect Dis 2018; 18: 516-25.
  2. Sawyer RG,Heather LE. Surgical site infection-the next frontier in global surgery. Lancet Infect Dis 2018; 18: 477-8.
  3. WHO 2016. Global guidelines on the prevention of surgical site infection.
  4. Pittet D, Boyce J. Hand hygiene and patient care: pursuing the Semmelweis legacy. Lancet Infect Dis 2001; 1: S9-S20.
  5. Davis R, Parand A, Pinto A, Buetow S. Systematic review of the effectiveness of strategies to encourage patients to remind healthcare professionals about their hand hygiene. J Hosp Infect 2015; 89: 141-62.
  6. Kingston L, O’Connell NH, Dunne CP. Hand hygiene-related clinical trials reported since 2010: a systematic review. J Hosp Infect 2016; 92: 309-20.
  7. Mahida N. Adesione all’igiene delle mani: ci stiamo prendendo in giro? Gimpios 2017; 7: 101-2