Risparmiare per curare tutti: il mercato dei farmaci equivalenti in Italia

di Mario Nejrotti

La sostenibilità del Sistema sanitario nazionale (SSN) può svilupparsi attraverso strategie differenti che vanno dalla limitazione dei ricoveri ospedalieri, al potenziamento delle cure primarie, alla prevenzione mirata, alla appropriatezza prescrittiva in campo diagnostico, al contenimento della spesa farmaceutica.

Con la necessità di sempre nuovi farmaci per le malattie croniche e degenerative diventa indispensabile la diffusione della prescrizione e dell’uso dei farmaci equivalenti.

La grande avanzata dei farmaci equivalenti dai primi anni (2005- 2012) si è ridotta, ma continua in modo costante.

Ad oggi essi occupano, secondo l’ultimo rapporto della società IQVIA 2017, il 7,3% del valore totale del mercato farmaceutico, per la ragguardevole cifra di 1,6 miliardi di Euro, su un totale di 22,7 miliardi di euro.

Il nostro Paese, come spesso  si legge sui media, è spaccato in due. Nell’Italia del Nord e del Centro,  diffusamente più ricca, l’uso dei farmaci equivalenti è maggiore ( intorno al 21%), mentre al Sud è inferiore mediamente di due punti percentuali (19%), nonostante il reddito pro capite minore.

Il motivo di questa disparità può essere ricercato in un fraintendimento interpretativo sorto fin dalla prima comparsa di questi farmaci con la legge n. 549 del 28/12/1995 che definiva questa nuova categoria, appena immessa in commercio, come “farmaci generici”. Termine che, pur essendo la traduzione letterale di generic medicinal product, li connota come farmaci meno specifici e in definitiva meno efficaci dei corrispondenti di marca.

E nonostante la correzione della legge 149 del 26/11/2005, che ha sostituito il termine generico con  equivalente, la sensazione popolare di usare un farmaco di serie B e potenzialmente meno efficace, evidentemente perdura, specie al Sud.

Comunque un problema culturale è certamente alla base di questa differenza di consumo dei farmaci.

 Assogenerici ricorda che il gap tra regioni del Nord e del Sud non tende a diminuire, nonostante siano presenti meritevoli iniziative di informazione, come quella di Cittadinanza Attiva-Tribunale dei Diritti del Malato dal titolo “Io Equivalgo”, ma la spinta all’educazione della popolazione dovrebbe essere potenziata sia a livello regionale che nazionale. E naturalmente occorrerebbe coinvolgere ancora più incisivamente medici e farmacisti.

Per fortuna il rapporto IQVIA mette in luce un indice complessivo in crescita.

Infatti i medicinali non griffati sono giunti a coprire in tutte le classi (A,C,H, Sop-Otc) oltre il 24% a volumi di tutto il mercato: questo sia a livello ospedaliero sia per quello della distribuzione per conto (DPC) sia per le farmacie.

Inoltre,  è importante l’analisi del prezzo al quale vengono venduti i farmaci  equivalenti nei vari canali di distribuzione: per quello ospedaliero è pari al prezzo medio d’asta, per le farmacie il prezzo è quello ex-factory e per la DPC è il prezzo base d’asta.

Questa globale economicità degli equivalenti ha comportato una contrazione anche del prezzo dei farmaci per così dire di marca.

Nella UE infatti,sempre da  fonte Assogenerici  , i medicinali equivalenti  rappresentano già il 54% a volumi e il 21% a valori  e grazie alla loro introduzione si generano risparmi per i vari sistemi sanitari per circa 35 miliardi annui.

Tornando in Italia, la crescita è stata uniforme e costante, anche se non eclatante, in tutti e tre i settori di distribuzione.

Per quanto riguarda le classi, invece si nota che la pressione effettuata dall’SSN per il contenimento di spesa ha portato ad avere per i farmaci di classe A, a totale o parziale carico pubblico, la ragguardevole percentuale dell’89,2% in volumi di farmaci equivalenti. Mentre nella classe C, a totale carico del cittadino, ma con obbligo di ricetta, la percentuale è un risicato 9,5%.

Con la scadenza dei brevetti di farmaci a larga diffusione anche la tendenza per il 2018 sembra confermarsi.

Infatti sono venuti a scadenza il brevetto rispettivamente del Tadalafil (marchio Cialis), farmaco per la disfunzione erettile, e l’ipocolesterolemizzante Rosuvastatina (marchio Crestor), che insieme per il 2017 hanno valso 260 milioni di euro (prezzo ex-factory).

Nei primi due mesi del 2018 la penetrazione dei farmaci equivalenti per queste due molecole ha raggiunto rispettivamente per il Tadalafil il 18,6% e per la Rosuvastatina il 13,5%.

La riduzione di spesa farmaceutica globale, legata anche, ma non solo, all’uso dei farmaci equivalenti può permettere una riallocazione delle risorse per un accesso più diffuso della popolazione a terapie importanti, innovative e costose, che senza risparmi in settori più tradizionali della cura e della diagnosi, potrebbero rendere non governabile il sistema con grave danno per la salute dei cittadini.

 

Fonti:

IlSole24ore

Rapporto IQVIA 2017