Migliorare la qualità del servizio sanitario: una responsabilità di tutti

Di Sara Boggio

Le sfide che il mondo contemporaneo pone ai sistemi sanitari – dal punto di vista gestionale, organizzativo, economico e di complessiva efficacia – sono sempre più numerose e complesse, a partire dagli obiettivi che pure, sulla carta, appaiono unanimamente condivisi. Sulla necessità di migliorare la qualità dei servizi, per esempio, il dibattito rimane aperto, sia sul fronte delle riflessioni che tentano di inquadrarne le criticità maggiori, sia su quello delle proposte operative che tentano di affrontarle. È proprio in questo frangente che va collocata la Quality Improvement Series del BMJ, ovvero una serie di articoli dedicati al tema, tutti in open access, che la rivista pubblicherà a partire da adesso per l’anno a venire. La serie è sviluppata in partnership con la londinese Health Foundation (vedi), fondazione di beneficenza indipendente che opera nell’ambito della promozione della salute, che con il BMJ già collabora (è co-proprietaria del BMJ Quality&Safety Journal: vedi) e che, in questo caso, è anche ente finanziatore. Presentata nel sito della fondazione (vedi) e in un’apposita sezione del BMJ (vedi), la serie è motivata dalle riflessioni esposte, al dettaglio, in un recente editoriale della rivista, firmato dalla direzione della stessa Health Foundation.

I concetti di base sono due: da una parte occorre fare chiarezza su che cosa s’intenda per ‘miglioramento della qualità’, dall’altra occorre prendere atto del cambiamento di ruolo e prospettive che interessano non solo la figura del medico ma tutte le professioni sanitarie, nonché pazienti e care-giver.

Per quanto riguarda il primo punto, gli elementi portati a esempio sono tratti da semplici cronache del quotidiano (esperienze con conseguenze più o meno gravi ma note più o meno a tutti): esiti di analisi non pervenute, variazioni nel calendario delle visite di cui non arriva comunicazione al paziente, liste di attesa per i posti letto e così via. Questo tipo di problemi, scrivono gli autori, sono fonte di frustrazione per il personale e di potenziali rischi per i pazienti fragili, oltre che, per entrambe, inutili perdite di tempo, mentre su scala nazionale rischiano di compromettere il progresso complessivo del sistema, di peggiorare il quadro degli sprechi di risorse e infine di indebolire, da una parte, la motivazione degli operatori, dall’altra la fiducia dei pazienti (un conteggio peraltro approssimativo ‘per difetto’, dal momento che non apre il capitolo dei “costi umani” imputabili agli errori di gestione).

Ma quali correttivi si possono immaginare in un sistema in cui, nonostante la compressione economica, la domanda sembra in crescita esponenziale e gli operatori mettono già a disposizione tutto il proprio tempo e le proprie risorse?

Secondo gli autori la risposta non ammette deleghe: può arrivare soltanto dai diretti interessati. “È un compito per il quale non ci possono essere sostituti: solo medici, operatori sanitari, pazienti e care-giver – coloro che si trovano in prima linea – possono sapere che cosa non funziona e che cosa va cambiato”.

In causa sono quindi chiamati tutti, e a questo punto il fulcro del discorso non sono più né la scarsità di tempo né quella di risorse, bensì il modo in cui ciascuno concepisce il proprio ruolo: se non si ammettono radicali cambiamenti di prospettiva, è difficile pensare alla possibilità di cambiamenti concreti. L’articolo si rivolge in prima battuta ai medici, il cui ruolo “è andato molto al di là della pratica clinica” e va infatti ripensato al di là degli obiettivi tradizionalmente appresi durante il percorso formativo: come si acquisiscono gli elementi per effettuare diagnosi e prescrivere cure, così occorre acquisire competenze negli ambiti della programmazione dei servizi e della comunicazione, quindi sia di tipo tecnico che relazionale. Tutto ciò non significa “trasformare il medico in un manager”, bensì adeguare gli strumenti dei professionisti alla complessità del contesto in cui opereranno.

Nonostante questo dibattito sia in corso da tempo, i curricula universitari non ne tengono ancora conto: “Alcuni college, nel Regno Unito, stanno attivando dei corsi post-laurea sul tema, ma molti posti di lavoro o non riconoscono il bisogno o non offrono supporto alla realizzazione pratica di quanto si è appreso. C’è una visione diffusa, e una speranza implicita, che il miglioramento [della qualità della cura] possa avvenire per una sorta di osmosi o, peggio, attraverso nuove tecnologie o scelte di management, senza un impegno sistematico da parte degli operatori”. In questo scenario, proseguono gli autori, non stupisce che a essere scettici siano sia giovani medici che professionisti esperti, né che le energie di entrambi tendano a concentrarsi altrove: “nel lavoro accademico, nella formazione, in assemblee e comitati, nella pratica privata. Di fatto ovunque tranne che nel miglioramento della pratica clinica quotidiana”.

La conclusione è che, nonostante tutto, la motivazione a rivedere limiti e obiettivi del proprio ruolo per migliorare la qualità delle cure rimane alta. Lo scopo della serie sarà di mantenerla tale, offrendo ulteriori spunti di riflessione e soprattutto qualche strumento che consenta di metterli in pratica.