Gli esami diagnostici essenziali secondo l’OMS

Di Sara Boggio

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha diffuso a metà maggio la sua prima Lista di Esami diagnostici Essenziali (vedi). Pensata come complemento alla Lista di Farmaci Essenziali, stilata oltre quarant’anni fa, questa lista definisce il pacchetto di test in vitro ritenuti indispensabili per diagnosticare e monitorare oltre un centinaio di malattie, dai disturbi cardiovascolari al diabete, dall’HIV alla malaria (l’elenco completo, costituito da 113 esami, si può consultare e scaricare qui).

Se in alcuni paesi (tipicamente nel mondo occidentale) eccesso di medicalizzazione, medicina difensiva e altri fattori concorrono ad alimentare sovradiagnosi e sovratrattamento (vedi), in altri la carenza di strumenti diagnostici fa sì che molte malattie non vengano rilevate né, di conseguenza, trattate. A livello globale, l’OMS stima che il 46% degli adulti con diabete di tipo 2 non sia diagnosticato e sia quindi a rischio di complicanze. Nel caso di HIV e tubercolosi, una diagnosi tardiva ne rende più difficile il trattamento, oltre ad aumentare la potenziale diffusione della patologia. Infine ci sono le ricadute sul versante economico: che sia a carico del singolo o della collettività, una malattia in stadio avanzato corrisponde a costi sanitari maggiori.

Alcuni dei test inclusi nella lista dell’OMS sono adatti anche a strutture per l’assistenza sanitaria di base, che non dispongono di grandi risorse né di strumentazione da laboratorio raffinata (i test che consentono di rilevare la malaria e il diabete, per esempio, non richiedono né personale specializzato né corrente elettrica). Altri invece si possono effettuare soltanto in strutture mediche più attrezzate.

Lo scopo principale della lista è fornire uno strumento che possa essere utile in tutti i paesi e che aiuti a impiegare al meglio i fondi riservati alla sanità.

“Il nostro ulteriore obiettivo – spiega Mariangela Simao, assistente alla direzione generale del programma OMS di Accesso ai medicinali, ai vaccini e ai prodotti farmaceutici – è di segnalare ai paesi, e a coloro che svilupperanno i test, che gli esami indicati devono essere di buona qualità, sicuri ed economici”.

Di ogni esame diagnostico, la lista specifica indicazioni d’uso, formato e destinazione (se per esempio il test sia adatto a un ambulatorio per l’assistenza di base oppure richieda una struttura dotata di laboratorio). La lista – che include anche una serie di link alle linee guida dell’OMS e, se disponibili, a prodotti prequalificati – è stata sviluppata grazie a un team di esperti internazionale e verrà aggiornata annualmente, con l’intenzione di includere sezioni al momento incomplete, come il comparto delle malattie tropicali e della resistenza antimicrobica.

La notizia è stata ripresa anche da un editoriale del Lancet (vedi), secondo cui la lista diagnostica dell’OMS è “un indubbio passo avanti nella giusta direzione”, ma la reale efficacia dello strumento potrà misurarsi soltanto con la sua progressiva implementazione e soprattutto con l’uso che ne faranno i diversi paesi, ciascuno misurandosi con le proprie risorse e difficoltà. Come ampiamente sottolineato nella rubrica di recente inaugurata dalla rivista, e dedicata proprio a questi temi (vedi), per consentire a tutti “l’accesso a servizi diagnostici accurati e costo-efficaci, in particolare nei paesi a medio e basso reddito, è necessario affrontare le grosse criticità che riguardano economia sanitaria, forza lavoro, infrastrutture”.

Ciò non toglie che l’individuazione di una serie di strumenti diagnostici prioritari, così come definita dalla lista, rappresenti per tutti i sistemi sanitari un’opportunità di miglioramento. Essendo disponibile a qualsiasi utente, rileva ancora il Lancet, la lista rappresenta anche un potenziale strumento di empowerment per i pazienti, che così possono verificare da sé se il sistema sanitario di riferimento disponga degli esami raccomandati o meno, organizzando in quest’ultimo caso eventuali azioni di sollecito e advocacy.

Ma senza investimenti l’opportunità andrà persa, conclude il Lancet facendo evidentemente appello all’unica leva cruciale: la volontà politica di tradurre le indicazioni in fatti.