Psicofarmaci in Italia: quanti ne consumiamo?

Di Sara Boggio

Secondo una nota diffusa dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), in Italia il consumo di psicofarmaci, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2017, non ha subìto variazioni di rilievo (vedi).

Le classi di farmaci prese in considerazione sono tre: antidepressivi, antipsicotici, benzodiazepine. Per ciascuna categoria vengono riportate le percentuali di consumo, misurate in DDD (Defined Daily Dose: è il metodo di misurazione standard, impiegato a livello internazionale, per indicare la dose media di un farmaco assunta quotidianamente da una persona adulta).

Sul consumo degli antidepressivi i dati vengono parzialmente commentati. Si specifica che “i consumi si attestano su una media di 40 dosi giornaliere ogni mille abitanti (DDD [Defined-Daily-Dose]/1000 abitanti die). Vuol dire che ogni giorno 1000 abitanti consumano in media 40 dosi di antidepressivi”. Si spiega anche che le stime derivano dall’analisi delle sole prescrizioni farmaceutiche rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale (da cui sono quindi escluse le prescrizioni out of pocket) e che si riferiscono a sei regioni (Lombardia e Veneto in rappresentanza del Nord, Lazio e Toscana per il Centro, Campania e Puglia per il Sud), e cioè a un territorio con una popolazione complessiva di circa 34,5 milioni di persone. Tra queste, i cittadini che nel 2017 hanno ricevuto una prescrizione di antidepressivi sono stati oltre 2 milioni, il che corrisponde a una prevalenza d’uso del 6%. Applicando tale prevalenza d’uso al totale della popolazione nazionale, si stimano in 3,6 milioni gli italiani che hanno ricevuto almeno una prescrizione di antidepressivi.

I consumi degli antipsicotici si attestano a 9 DDD ogni 1000 abitanti (“possono essere considerati stabili”) mentre i consumi di benzodiazepine (suddivisi in ansiolitici, ipnotici e sedativi) sono arrivati a 50 DDD ogni 1000 abitanti, “con un incremento di circa l’8% rispetto all’anno precedente”.

Per approfondire il discorso, può essere utile fare riferimento all’analisi effettuata dall’Osservatorio sulla Salute, che pubblica ogni anno un minuzioso rapporto sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale, quantificando prestazioni, spesa, organizzazione e qualità dei servizi relativi a una molteplicità di ambiti di intervento, dall’assistenza territoriale alla disabilità, dalle malattie cardio e cerebrovascolari alle neoplasie: vedi. (L’Osservatorio è un progetto coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e dalla Sezione di Igiene dell’Istituto di Sanità Pubblica; l’ultima pubblicazione disponibile è del 2017, con dati relativi all’anno precedente).

Ai nostri fini prenderemo in considerazione il capitolo dedicato alla salute mentale (vedi), definita dall’Osservatorio secondo gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e cioè come “stato di benessere in cui ogni individuo realizza il proprio potenziale, è in grado di far fronte agli eventi stressanti della vita, di lavorare in modo produttivo e fruttuoso e di fornire un contributo alla comunità”. Salute intesa quindi in senso estensivo, e non solo come “assenza di malattia”.

Tra gli indicatori scelti per valutare questo ambito – rispetto al quale viene ricordato che “l’OMS ritiene essenziale un approccio di tipo multisettoriale e non limitato soltanto all’ambito sanitario” – è incluso anche il consumo di farmaci antidepressivi.

La fonte dei dati è proprio l’AIFA, per cui le stime non variano (e fanno sempre riferimento ai soli farmaci prescritti attraverso il Sistema Sanitario Nazionale). Ne varia invece l’interpretazione che, facendo riferimento a un arco di tempo maggiore, rileva un trend crescente anziché stabile.

“Il trend relativo al volume prescrittivo dei farmaci antidepressivi, dopo l’incremento costante registrato nel decennio precedente, sembrava aver raggiunto, nel periodo 2011-2012, una fase ‘plateau’ di stabilità (38,50 DDD/1.000 ab die nel 2011; 38,60 DDD/1.000 ab die nel 2012), mentre nel quadriennio successivo si è registrato un nuovo aumento (39,10 DDD/1.000 ab die nel 2013; 39,30 DDD/1.000 ab die nel 2014; 39,60 DDD/1.000 ab die nel 2015; 39,87 DDD/1.000 ab die nel 2016)”.

Nell’ultimo anno preso in esame (in questo caso il 2016) i consumi maggiori risultano a carico di Toscana, provincia autonoma di Bolzano, Liguria e Umbria, mentre i consumi minori si attestano nelle regioni del Sud.

Per avere un’idea, a colpo d’occhio, dell’andamento dei consumi si vedano i relativi grafici: la Tabella 1 e il Grafico 1 di pag. 258, a questo link, tenendo presente che i dati, a partire dal 2011, si riferiscono sia all’erogazione in regime di assistenza convenzionata sia all’acquisto dei medicinali da parte delle strutture sanitarie pubbliche, quindi non possono essere confrontati con quelli degli anni precedenti (che a questo punto devono essere considerati un’approssimazione per difetto).

Pur tenendo conto di questa limitazione, secondo l’Osservatorio il consumo di antidepressivi ha registrato “un trend nazionale in costante aumento su scala nazionale negli ultimi anni”, un aumento intorno al quale viene anche ipotizzata una serie di concause: “una maggiore sensibilità della società nei confronti della patologia depressiva” (da cui la riduzione dello stigma a questa tradizionalmente associato); il fatto che la prescrizione sia affidata sia agli specialisti sia ai medici di medicina generale; e ancora “l’arrivo sul mercato farmaceutico di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia)”; “l’impiego sempre più cospicuo di tali farmaci come supporto alla terapia in soggetti affetti da gravi patologie oncologiche e cronico-degenerative”; nonché i vari “mutamenti del contesto sociale”, con particolare riferimento alle criticità del settore economico.

Tutto ciò considerato, nelle raccomandazioni finali l’Osservatorio consiglia di valutare con attenzione la qualità delle strutture che si occupano di diagnosi e cura dei disturbi psichiatrici, con lo scopo di limitare sia la spesa sanitaria che l’inappropriatezza prescrittiva.