Bocciati dal TAR i “tempari” della Regione Lazio sulle visite specialistiche

di Mario Nejrotti

Il medico ad ogni livello si prende cura del proprio paziente.

La retorica politica e amministrativa su questa affermazione ha alimentato fiumi di parole e di documenti chiedendo di volta in volta ai medici, e più in generale agli operatori sanitari, maggiore competenza, appropriatezza, umanità, comprensione, efficacia ed efficienza.

Richieste pressanti, e spesso colpevolizzanti, che richiamano gli operatori alla  responsabilità professionale, salvo poi ridurre progressivamente le risorse umane e gli investimenti nel settore della sanità, in nome di un risparmio che, se perseguito indefinitamente, potrebbe mettere a repentaglio, in una parabola discendente senza ritorno, la qualità del Sistema Sanitario Nazionale.

La mancanza di personale e l’inadeguatezza di molte strutture hanno portato, tra l’altro, ad un allungamento delle liste di attesa in una sorta di circolo vizioso: meno operatori e strumenti, più ritardo nel dare risposta ai bisogni degli utenti.

Invece di prendere atto, in un’ottica politica di insieme, che le spese in Sanità, pur nell’ambito di un’oculata gestione delle risorse, vanno considerate un investimento nel “sistema paese”, in quanto una popolazione curata efficacemente è più sana, meno costosa da gestire in ogni fascia di età e più produttiva in ambito lavorativo, si è scelto di agire, almeno alla Regione Lazio, sul ritmo di lavoro degli operatori, contingentandolo in tempi definiti per ogni visita specialistica ed esame strumentale.

Se è vero che i sanitari si devono prendere cura dei propri pazienti, ognuno di loro sa che per ottenere risultati positivi, ogni paziente necessita di un tempo specifico e sempre diverso per interagire con le proposte diagnostico terapeutiche, comprendendole ed accettandole a pieno.

Anche il tempo per la comunicazione dei propri disturbi  da parte del paziente deve essere rispettato e mai lo sguardo deve andare all’orologio per controllarne lo scorrere.

Questo ogni medico lo sa, ma la cosa non doveva essere così chiara ai programmatori della Regione Lazio quando un anno fa , unilateralmente, hanno introdotto i “tempari” a condizionare i tempi delle visite specialistiche, ingabbiandole in rigide  cadenze scandite dal cronometro, allo scopo di ridurre le insostenibili liste di attesa, senza aggiungere risorse e personale per ottenere questo scopo.

Il Tar Lazio ha dichiarato illegittima questa procedura, che già a metà del secolo scorso, creava astio e senso di ribellione nelle grandi fabbriche metal meccaniche, quando per aumentare il profitto, i controllori cronometravano i tempi di produzione degli operai.

Il fatto sconcertante, però, è che si siano rese necessarie, per contrastare questa sciagurata decisione, una sentenza del Tribunale Amministrativo, il monito ripetuto della FNOMCeO, le prese di posizione ferme e sdegnate di tutte le sigle sindacali, mediche e infermieristiche, e delle organizzazioni dei cittadini,quando sarebbe bastata la responsabilità di chi gestisce la Sanità in Regione, per cestinare il piano considerandolo, oltre che assolutamente inefficace allo scopo, non etico nei confronti del paziente, non deontologico, non professionale  e antisindacale.

Un chiaro articolo su  IlSole24Ore  di Rosanna Magnano, ripercorre la vicenda e riferisce le varie prese di posizione contro questa disposizione della Regione Lazio. Essa però può essere presa a esempio di quale solco si sia scavato negli anni tra molte amministrazioni regionali e aziendali e la realtà dei professionisti: le prime esclusivamente volte a contenere la spesa, considerando troppo spesso gli operatori come controparte e la salute del cittadino un compito da assolvere con il minor costo e tempo possibili; i secondi impegnati a rispettare i propri obblighi dettati dall’etica, dalla deontologia e dalla loro professionalità.

Un dualismo conflittuale dannoso alla salute dei cittadini, unico scopo del sistema sanitario e che va superato con un lavoro culturale politico che consideri finalmente la salute non come una merce, ma come un bene su cui occorre investire in risorse e personale.