Welfare Day18. Rapporto Annuale RBM-Censis (sanità pubblica, privata e intermediata). Riflessioni e aspettative.

di Mario Nejrotti

L’occasione per una riflessione

Il  WelfareDay  è da quasi un decennio un appuntamento fondamentale nell’agenda dei protagonisti del Welfare e, in particolare, della Sanità pubblica e privata. Si tratta di un’occasione di approfondimento tra le Istituzioni e gli esponenti politici, le parti sociali, gli operatori e gli esperti del settore.

Base della discussione il  Rapporto Annuale RBM-Censis Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e intermediata, che racconta, come di consueto, il cambiamento che in questi anni sta attraversando il sistema di sicurezza sociale del nostro Paese.

Il Welfare Day quest’anno è stato dedicato, in particolar modo, al diritto alla salute ed alla spesa privata in Sanità, sempre più pesante nel bilancio delle famiglie italiane.

Sembrano ormai lontane le notizie che descrivevano, fino a pochi mesi fa, il nostro sistema sanitario come un’isola felice, che pur in mezzo a difficoltà di ogni tipo e tagli di spesa, rimaneva molto in alto nelle classifiche di qualità del pianeta, pur collocandosi tra quelli con un investimento pubblico più basso.

Chi poneva l’accento sulle carenze qualitative, organizzative e di personale veniva visto nella più rosea delle ipotesi come un pessimista e un disfattista. È come se un canale di informazione si fosse spento e una nuova emittente avesse inaugurato le trasmissioni.

Questa è l’impressione che si ha leggendo le notizie su moltissime testate, che riprendono i contenuti del rapporto Rapporto RBM-Censis.

 

Un SSN che irrita i cittadini

Scopriamo subito dai titoli del comunicato stampa del Censis che:

Cresce il rancore per la sanità, prova d’esame per il governo del cambiamento.

Ciò accade per molti motivi elencati nel rapporto, ma soprattutto perché la spesa sanitaria privata (cioè quanto i cittadini italiani spendono di tasca propria per diagnosi e cure) sale a 40 miliardi di euro. Era di 37,3 miliardi lo scorso anno. Inoltre, si registra un cospicuo +9,6% nel periodo 2013-2017. L’esborso copre una spesa globale che serve a pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket.

Probabilmente il nervosismo degli italiani si concentra di più sulla compartecipazione alla spesa di prestazioni pubbliche, ritenute già pagate dalla tassazione. Ma sicuramente anche la scelta privata forzosa di prestazioni, che hanno liste di attesa pubbliche inammissibili, fanno crescere il malumore.

Comunque la spesa sanitaria privata è aumentata di più di quella per i consumi nel loro complesso che si attesta sul 5,3% e questo capita soprattutto nelle classi meno abbienti, costrette a scegliere delle priorità.

 

Il rapporto in controluce: è tutta colpa del SSN?

Interessanti sono i dati delle maggiori voci di spesa ricordate da Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute, che ha partecipato al Walfare Day:

“Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo)”.

Il consumo di farmaci, a prescindere dalla compartecipazione alla spesa con i ticket, senz’altro da rivedere e razionalizzare, soddisfa bisogni differenti: veri o presunti, frutto di necessità o fortemente indotti.

I consumi al di fuori della specifica cura delle malattie, rientrano nelle scelte personali, non criticabili, ma neanche ascrivibili a carenze del SSN. Infatti, molte spese si riferiscono al concetto diffuso di benessere, che necessiterebbe di un notevole sforzo di educazione culturale per essere reso razionale e obbiettivo. Il  mercato degli integratori , ad esempio, quasi tutti , criticati dal punto di vista scientifico  ammonta a tre miliardi all’anno ed ormai costituisce l’80% di tutto il comparto in farmacia, come si evince in un report di   di qualche mese fa. QuintilesIMS

Anche per quello che riguarda le visite specialistiche, i consulti e le prestazioni diagnostiche, al netto di ticket e superticket, il discorso è molto più complesso del dato che vede oltre 11 miliardi di spesa privata. La complessità sta ad esempio nelle variabili delle situazioni sanitarie regionali, che secondo il rapporto, fa invocare a 13 milioni di cittadini, immaginiamo quelli più privilegiati da buoni sistemi sanitari regionali, uno stop alla mobilità sanitaria delle cure e dei ricoveri.

Un punto dolente sono le liste d’attesa, che andrebbero finalmente indagate e risolte, senza levate di ingegno ( come abbiamo già detto in  queste pagine ) , ispirate al taylorismo delle catene di montaggio.

 

Nel futuro degli italiani c’è necessariamente il secondo pilastro?

Per avere una prospettiva costruttiva per questo problema, occorrerebbe capire quanto resterebbe necessario un supporto del settore privato, una volta reso efficiente e competitivo quello pubblico. Per esempio, abolendo o riducendo i ticket sulla diagnostica, che rendono ampiamente competitiva la concorrenza privata, ora sicuramente vincente sul comparto pubblico, anche per la maggiore rapidità di esecuzione delle prestazioni.

Le soluzioni potranno essere molte, come il potenziamento della appropriatezza prescrittiva, condivisa con i pazienti, ma sicuramente sarebbe utile modificare culturalmente la tendenza moralistica di 21 milioni di italiani, come traspare dal , comunicato stampa del Censis

che vorrebbe limitare le cure agli incalliti fumatori e ai grandi mangiatori, innescando una deriva molto pericolosa, che potrebbe coinvolgere i consumatori di alcolici o di droghe, chi non si vaccina contro le comuni infezioni, i soggetti colpiti da malattie sessualmente trasmesse, specie se omosessuali, chi si traumatizza sconsideratamente nel tempo libero e via dicendo.

Altro capitolo pesante per le tasche degli italiani, e a cui occorre trovare soluzione, è quello delle cure dentarie e della protesica (complessivamente 9 miliardi di spesa). Certamente la sanità privata potrebbe dare soluzioni collettive di tipo integrativo. Occorre, però, valutare quanto interesse commerciale pesa su questo settore, per un intervento organico e strutturato (secondo pilastro).

 

Rabbia popolare e politica

La rabbia popolare contro uno dei migliori sistemi sanitari universalistici del mondo coinvolge necessariamente la politica e rischia di fare di ogni erba un fascio.

Interessante il capitolo specifico del rapporto, Il rancore per la sanità e il ruolo della politica,(modificato) dove si legge:

 Rispetto al Servizio sanitario i sentimenti prevalenti sono:

rabbia per  liste di attesa troppo lunghe, malasanità, ecc. per il 37,8%;

fastidio, perché oltre alle tasse troppe sono le cose da pagare, perché non sempre funziona come dovrebbe, indicato dal 26,8%;

senso di sicurezza, di protezione, poiché di fronte al rischio di ammalarsi pensano “meno male che il servizio sanitario esiste”, indicato dal 17,3%;

orgoglio, positività perché la sanità italiana è comunque tra le migliori al mondo, condiviso dal 11,3%;

indifferenza,senza idee precise sul tema, ed è il 6% a dirlo.

 I più arrabbiati sono le persone con reddito fino a 15 mila euro tra i quali ben il 43,3% segnala la rabbia come sentimento prevalente verso il Servizio sanitario. La quota degli arrabbiati si riduce al crescere del reddito degli intervistati, poiché sono il 33,3% tra coloro con più di 50 mila euro di reddito. E sono molto più arrabbiati nel Sud-Isole (45,5%), rispetto alle altre macroaree…

Il rancore è potenziato dalle aspettative piatte sul futuro e in particolare da quelle relative al contributo che potrà arrivare dalla politica.

Infatti, il 63% degli italiani per la sanità non si attende alcun contributo dalla politica malgrado il nuovo contesto postelettorale poiché il 47% ritiene che ci sono state troppe promesse, poco realismo e poche idee veramente valide; il 24,5% pensa che la politica non abbia più la competenza, capacità di un tempo; il 7,4% è convinto che la politica conta poco rispetto ad altre cose.

Il sentimento così poco speranzoso verso la politica è trasversale a gruppi sociali e territori; a sperare di più che la situazione migliori in sanità grazie alla politica sono gli elettori del M5S (47,1%) e quelli della Lega (44,7%), tra gli elettori di Fi e Partito Democratico gli speranzosi di una sanità rilanciata dalla politica sono meno di un terzo, e tra quelli di Liberi e uguali la quota è ancora inferiore.

È grande la responsabilità dei gestori che hanno condotto nel corso degli anni a questi risultati e ancora più grande è quella futura di chi è stato appena eletto, promettendo un cambiamento radicale.

È una priorità assoluta riorganizzare il sistema, invertendo la tendenza che vorrebbe snaturarlo, anche affiancandogli interventi privati, che, tendendo per definizione al profitto, introdurrebbero una variabile tra quelle di debolezza difficilmente governabile.

Gli utenti del SSN chiedono che si migliori l’esistente e lo si renda più accessibile, senza aggiungere nuovi servizi tutti da valutare nella loro efficienza ed equità, come traspare dalla intervista a Tonino Aceti, coordinatore del Tdm-Cittadinanzattiva, comparsa il . 9 giugno 2018 su IlSole24Ore

Una profonda alleanza tra sanitari e cittadini può costituire la base per il grande lavoro che aspetta il governo, le regioni e il ministro della salute, Giulia Grillo.

Questo potrebbe evitare che si continuino a cercare da parte dei politici o della popolazione comodi colpevoli di un sistema malato tra chi in quel sistema lavora tutti i giorni, come ha dichiarato recentemente Filippo Anelli,

presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), concludendo con un augurio:“Speriamo che la rabbia diventi motore del cambiamento”.

Buon lavoro a tutti.

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