Dati personali, ricerca, brevetti: chi ci guadagna?

Di Sara Boggio

Un altro rompicapo a proposito di big data, sanità, privacy, ricerca, etica nonché profitto: quando un paziente va in ospedale per curarsi e le informazioni sanitarie che lo riguardano vengono usate, in ultima battuta, a fini commerciali, è suo diritto ricevere parte dei guadagni che ne deriveranno? Secondo un articolo di NPR, questa è una delle domande a cui, prima o poi, si dovrà dare risposta, dato l’intreccio sempre più profondo tra la digitalizzazione dei dati sanitari e i molteplici scopi cui possono essere impiegati al di fuori dei laboratori (vedi).

Secondo la ricostruzione del sito di informazione americano, la questione è emersa in tutta la sua problematica complessità nel 2016, quando Google DeepMind ha deciso di testare una app per l’insufficienza renale raccogliendo dati da oltre un milione e mezzo di cartelle cliniche elettroniche del Royal Free Hospital di Londra – operazione che, in base alle normative del Regno Unito, si configura come violazione di privacy (vedi).

Per dare un’idea del contesto storico-legale statunitense, NPR cita un caso paradigmatico, che oltreoceano fece a suo tempo scalpore.

Risale al 1976, quando un malato di leucemia, John Moore (tra l’altro medico), viene ricoverato presso la clinica della University of California di Los Angeles. Anni dopo, quando scopre che dalla sua milza è stata ricavata e brevettata una linea cellulare, Moore cita l’ospedale in giudizio. La sentenza della Corte Suprema della California, pronunciata nel 1990, stabilisce che la milza è di proprietà del paziente, mentre la linea cellulare derivata (e il relativo brevetto) appartengono legittimamente alla clinica universitaria, pur riconosciuta colpevole per le omesse informazioni (vedi).

Un caso ancora più noto, ed estremo, è quello di Henrietta Lacks, così riassunta dal periodico di diritto, letteratura e politica Officinasedici (vedi): “Henrietta Lacks lavorava nei campi di tabacco della Virginia, così come i suoi antenati schiavi. Quando morì per un tumore, nel 1951, i medici [del John Hopkins di Baltimora], senza preoccuparsi di chiedere alcun consenso, prelevarono un campione dei suoi tessuti e si accorsero ben presto di un fenomeno sbalorditivo, mai registrato prima nella storia della medicina: le cellule tumorali continuavano a crescere fuori dal corpo, in laboratorio. Da qui alla commercializzazione il passo fu breve, ma sarebbero passati vent’anni prima che i familiari scoprissero una verità non meno incredibile che traumatizzante: Henrietta era ‘immortale’, e dalle sue cellule si era sviluppata un’industria miliardaria. La sigla HeLa, che denota una linea cellulare di vitale importanza nelle ricerche sul cancro e su molte altre malattie: cellule speciali, tanto resistenti da essere praticamente immortali, vendute e comprate da decenni nei laboratori di tutto il mondo. Ma quelle quattro lettere racchiudono anche una storia perturbante, emblematica – e soprattutto una persona in carne e ossa”. (Alla storia sono dedicati, tra gli altri, un libro di Rebecca Skloot, The Immortal Life od Henrietta Lacks, uscito nel 2010, e il biopic omonimo, uscito l’anno scorso).

Tornando al presente, in termini di proprietà e privacy (diritti ed etica), i dati sanitari elettronici equivalgono a cellule e tessuti?

Secondo il radiologo Nabile Safdar, interpellato da NPR in quanto autore di un interessante e approfondito articolo sul tema (disponibile in open access qui), che si tratti di tessuti o di bytes, tutto rientra nelle informazioni che riguardano la persona: se fossi un paziente e i miei dati venissero usati per sviluppare un prodotto, dice in sostanza Safdar, vorrei saperlo. Ma questa non è la prassi: “In molti ospedali in cui si fa ricerca i pazienti, tra i tanti documenti necessari al ricovero, firmano di routine un pezzo di carta che consente all’ospedale di usare i propri dati a fini di ricerca” (lo si spiegava anche qui, a partire da un articolo del New York Times).

L’articolo chiude con l’esempio di uno studio in corso presso il reparto di radiologia del John Hopkins (lo stesso in cui fu ricoverata Henrietta Lacks), dove si stanno analizzando le TAC di migliaia di pazienti un tempo in cura. Lo scopo è la definizione di un programma che, con il supporto dell’intelligenza artificiale, sia in grado di riconoscere neoplasie del pancreas. Il direttore del reparto, Karen Horton, puntualizza che i pazienti in questione avevano tutti firmato il modulo per il consenso e che in ogni caso, dal materiale analizzato, sono state rimosse tutte le informazioni personali, per cui il rischio di violazione della privacy non sussiste. Horton afferma anche che “tecnicamente i dati non appartengono ai pazienti. Al momento, per come le definisce la legge, le scansioni sono proprietà del sistema sanitario”.

Secondo Leslie Wolf, direttore del Center for Heatlh, Law and Society della Georgia State University College of Law, docente di diritto e di etica, quest’ultima argomentazione è debole: sebbene sia indubbio che è la struttura sanitaria a produrre le scansioni, è diritto del paziente sia vederle che decidere se e come possano essere usate. Vero è anche, in questo caso, che i dati del singolo individuo non avrebbero alcun valore di per sé (per sviluppare un prodotto commerciale occorre analizzarne migliaia).

La questione etica rimane in ogni caso aperta e insoluta, insieme a un dato di fatto (che non riguarda soltanto l’ambito biomedico): su come vengano usati i dati personali, sanitari e non, continuiamo a sapere ben poco.