Ippocrate, un film francese di Thomas Lilti: giovani medici e le loro difficoltà.

di Mario Nejrotti

L’ordinamento degli studi di Medicina in Francia è molto diverso da quello italiano e francamente più orientato all’attività pratica degli studenti, con una serie molto corposa di tirocini e internati nei reparti ospedalieri e nelle cliniche. Gli studenti prima e poi i medici, dopo il sest’anno di studi, vengono in contatto con i malati assumendo responsabilità crescenti. Il sistema è ospedalocentrico e apparentemente le esperienze territoriali sono meno rappresentate.

Thomas Lilti, classe 1976, è il regista francese, con trascorsi da medico, che ha diretto il film “Ippocrate” nel 2014, tardivamente arrivato in questi giorni nelle nostre sale.

Lui stesso racconta in un’intervista: “Da adolescente avrei voluto diventare regista, ma dietro la pressione dei miei genitori capii che era necessario intraprendere degli studi seri, e visto che mio padre era medico optai per Medicina per garantirmi un futuro.”

La sua esperienza professionale nei primi anni di studio, all’interno degli ospedali francesi, traspare nel film e nella storia del protagonista come un leitmotiv autobiografico, fino al contrasto con il padre Primario.

Ippocrate narra, appunto, le vicissitudini di un giovane interno in formazione, che per la prima volta si trova di fronte alle proprie responsabilità, ai propri limiti e alle difficili scelte che riguardano i malati, specie quelli gravi o in fine vita. (Vedi il Trailer del film)

Nella pellicola il regista racconta con occhio disincantato e per nulla retorico la vita di studenti e interni che portano nell’ospedale esuberanza, entusiasmo e fragilità.

Inoltre, in controluce, emerge un’organizzazione nosocomiale da un lato protettiva nei confronti dei giovani colleghi, al limite dell’omertà, ma dall’altro vittima, come in altri paesi del resto, di tagli di spesa e riduzione del personale, che espone i lavoratori a rischi  di gravi errori ed omissioni, la cui responsabilità poi facilmente viene ribaltata dai vertici ospedalieri sui lavoratori stessi.

Giovani medici  che devono confrontarsi con scelte laceranti e con l’accanimento terapeutico spesso indifferente al benessere del paziente e  mirato prima di tutto alla salvaguardia delle decisioni professionali da contenziosi e giudizi legali.

Il contrasto tra Benjamin Barois, il protagonista del film, il medico algerino Abdel, più esperto e formato, e i rianimatori al capezzale di una anziana in fin di vita per un cancro diffuso e metastatizzato, mostra, con un esempio lacerante, quanto la pietas nei confronti del paziente sia difficile da realizzare in ambito ospedaliero e specialistico, dove regole e organizzazione forzano la mano agli operatori.

Il racconto del film si snoda tra collaborazioni fraterne tra medici e infermieri e contrasti violenti con gli amministratori, che guardano solo al risparmio dell’”azienda ospedale”, fino allo sciopero  generale.

Un film molto bello e ben condotto.

I giovani colleghi, come quelli che vediamo ogni anno giurare fedeltà agli ideali della professione nella sede dell’Ordine di Torino, (Vedi cerimonia del Giuramento 2018)

 e nei cui occhi ogni volta  leggiamo gli stessi entusiasmi e le stesse paure di Benjamin, dovrebbero vederlo per non sentirsi troppo soli di fronte a difficoltà che tutti i dottori hanno affrontato e continuano ad affrontare, perché come dice Abdel, sorridendo a Benjamin: “Fare il medico non è un mestiere: è una maledizione!”, anche se è la più bella maledizione per cui valga la pena di vivere.