Artrite psoriasiaca: alla ricerca di nuove frontiere

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

L’artrite psoriasiaca è una malattia “difficile”. Spesso diagnosticata in ritardo. Quando invece la tempestività del trattamento è cruciale per prevenire i danni e le disabilità a lungo termine che impattano negativamente sulla qualità di vita di chi ne soffre. Nelle forme più severe può essere invalidante a causa di dolore e rigidità delle articolazioni. I bisogni di chi ne è affetto sono diversi e complessi, e spesso restano inespressi.

Si tratta di una malattia infiammatoria cronica immuno-mediata che, come dice il nome stesso, è associata alla psoriasi. La sempre maggiore conoscenza della sua patogenesi ha portato allo sviluppo di farmaci molecolari e biologici che hanno come bersaglio specifiche citochine e pathway di trasmissione in grado di contrastare i sintomi e arrestare o prevenire la progressione della malattia alleggerendone il peso socio-economico. Tuttavia non tutti pazienti ne beneficiano: almeno quattro su dieci rispondono solo parzialmente o proprio per nulla a queste terapie. La questione – commenta il Lancet nella serie sull’artrite psoriasiaca pubblicata in vista del Congresso europeo di reumatologia ad Amsterdam (1) – è che i meccanismi patogenetici delle artriti psoriasiache, i quali includono fattori sia genetici che ambientali e l’infiammazione immuno-mediata, sono complessi e variegati. E ancora oggi non si conosce il legame tra la patologia dermatologica e quella dell’infiammazione delle articolazioni, il che rende difficile classificare e diagnosticare l’artrite psoriasiaca. Una sempre maggiore conoscenza della patogenesi potrebbe aiutare a individuare nuovi biomarcatori utili non solo per la diagnosi ma anche per predire la risposta terapeutica e la guarigione del paziente, e – non ultimo – per avvicinarci a medicina sempre più di precisione per una malattia così eterogenea nella manifestazione clinica e così complessa (2).

Già negli ultimi dieci anni la gestione clinica di questa malattia è migliorata proprio grazie alla ricerca sulla patogenesi e clinica della malattia. Diverse opzioni terapeutiche, quali per esempio farmaci antireumatici modificanti l’andamento della malattia, hanno rivoluzionato il trattamento della malattia dermatologica e reumatologica. Nei pazienti refrattari alla terapia anti-TNF, sembrano funzionare farmaci che agiscono su fattori chiave per lo sviluppo delle risposte immunitarie, quali per esempio il tofacitinib che è un famraco a piccola molecola inibitore della Janus chinasi e l’ixekizumab che è un inibitore della IL-17A. Nuove speranze vengono da un altro anticorpo monoclonale: il guselkumab, inibitore della IL-23, già approvato dalla Commissione europea per la terapia di pazienti adulti con psoriasi da moderata a severa candidati alla terapia sistemica. Sempre sul Lancet sono stati pubblicati i risultati promettenti dello studio di fase 2 sugli effetti del guselkumab sulla sintomatologia articolare oltre a quella cutanea nei pazienti con artrite psoriasiaca refrattari ai trattamenti (3). Già a partire dalla quarta settimana di trattamento con guselkumab, si sono osservati dei miglioramenti. A sei mesi il 23% dei pazienti trattanti guselkumab ha raggiunto la condizione di minima attività di malattia a fronte del 2% di quelli del gruppo placebo. Inoltre, i pazienti in trattamento con l’anticorpo monoclonale hanno avuto dei miglioramenti significativi nelle misure di salute sia fisica che mentale. Questi risultati avvalorano un corpo crescente di evidenze che suggeriscono come IL-23 possa rappresentare un target critico per il trattamento della artrite psoriasiaca.

Nonostante i progressi compiuti, molte domande sulla gestione clinica della artrite psoriasiaca sono ancora oggi senza risposta e le evidenze raccolte non sono ancora sufficienti. Per la maggior parte gli studi sono stati condotti sulle artriti periferiche e per lo più su gruppi di pazienti con malattia poliartritica, quindi rimane sconosciuta l’efficacia dei trattamenti nei pazienti con le forme che coinvolgono poche articolazioni che sono sottorappresentati nei trial clinici (4).

Nel tirare le fila il Lancet sottolinea che c’è ancora molta strada da fare per la gestione clinica dei pazienti con artrite psoriasiaca. Oltre alla ricerca di nuovi target terapeutici a partire dal profilo patogenetico del paziente servono azioni per una presa in carico olistica del paziente che richiede una collaborazione tra i diversi professionisti sanitari – il medico di medicina generale, il reumatologo e il dermatologo – e lo studio anche della malattia nella sua globalità considerando anche il peso delle comorbidità, quali la malattia cardiovascolare, la sindrome metabolica e la depressione, che insieme contribuiscono all’impatto globale della malattia. “Con l’avvento dei farmaci biologici che agiscono in modo selettivo su recettori cellulari specifici, presto la questione non sarà più su che cosa funziona ma su come usare al meglio questi trattamenti di nuova generazione”, chiosa l’editoriale del Lancet (1). “E, soprattutto, una volta confermata la diagnosi di artrite psoriasiaca, dermatologi e reumatologi devono far proprio un approccio centrato sul paziente”.

 

Bibliografia

1. Psoriatic arthritis: classification and holistic management. Lancet 2018; 391: 2185.
2. Veale DJ, Fearon U. The pathogenesis of psoriatic arthritis. Lancet 2018; 391: 2273-84.
3. Deodhar A, Gottlieb AB, Boehncke WH, et al; CNTO1959PSA2001 Study Group. Efficacy and safety of guselkumab in patients with active psoriatic arthritis: a randomised, double-blind, placebo-controlled, phase 2 study. Lancet 2018; 391: 2213-24.
4. Van den Bosch F, Coates L. Clinical management of psoriatic arthritis. Lancet 2018; 391: 2285-94.