Nuove pandemie batteriche? Come prevenirle e combatterle. La politica One Health: una strategia vincente

di Mario Nejrotti

One Health Initiative è un movimento planetario finalizzato a superare culturalmente e operativamente i confini stretti di una medicina che troppo spesso cura le malattie umane e cerca di prevenirle, come se “l’universo  umanità” fosse una bolla staccata da quello animale, vegetale e dall’ambiente circostante.

Sul sito dell’organizzazione, alla pagina della mission, si legge in che ambiti e per quale scopo agisce:

“Essendo convinti che la salute umana (compresa la salute mentale attraverso i legami uomo- animale), la salute degli animali e la salute degli ecosistemi sono inestricabilmente collegati, One Health cerca di promuovere, migliorare e difendere la salute e il benessere di tutte le specie, favorendo la cooperazione e collaborazione tra medici, veterinari, altri professionisti della salute e dell’ambiente e promuovendo azioni nei confronti dei decisori e nelle politiche, per raggiungere queste finalità.” (vedi)
Questo obiettivo generale viene perseguito attraverso una stretta collaborazione tra medicina umana, di salute pubblica,veterinaria e scienze ambientali.

Sono favoriti gli scambi di ricerca, collaborazione, informazione e formazione tra le parti, soprattutto per la conoscenza, cura e prevenzione delle malattie crociate.

Sono promossi piani di ricerca per la migliore comprensione delle vie di trasmissione di malattie tra le specie attraverso la medicina comparativa.

L’organizzazione vuole studiare anche nuovi metodi diagnostici, molecole e vaccini, che permettano di controllare meglio le malattie tra le specie.

La politica dei One Health può essere una strumento molto utile per combattere uno dei più gravi problemi di salute pubblica: l’antibiotico resistenza.

L’uso e l’abuso degli antibiotici in medicina e il progredire dell’antibiotico-resistenza è sotto la lente di ingrandimento di medici, farmacologi e infettivologi da decine di anni, ma non si può non prendere in considerazione l’uso degli stessi nel mondo animale, soprattutto negli allevamenti intensivi.

L’anno scorso in Italia è stato varato un piano quadriennale  (PNCAR 2017-2020 ) di contrasto all’eccessivo uso di antibiotici.

Piano indispensabile, in quanto il nostro Paese, da dati  EMA e ISS , è il primo in Europa per consumo di antibiotici ad uso umano e il terzo per l’uso animale.

Ne consegue uno dei maggiori livelli di antibiotico-resistenza in Europa.

Infatti, il 7-10% dei pazienti infetti presenta un qualche fenomeno di resistenza antibiotica. Tra i 450 e i 700mila pazienti sono osservati in ospedale. Di queste infezioni almeno il 30% potrebbe essere prevenuto.

Se è vero, come si è detto nel recente convegno “Scenari, priorità e obiettivi, secondo un approccio One Health”, organizzato a Roma da MSD,  che ogni sforzo va fatto per scoprire nuove molecole che superino l’antibiotico resistenza, è anche vero che questo non può essere una soluzione e risulterebbe comunque una battaglia di retroguardia.

Una strategia globale deve mirare a politiche che limitino l’uso degli antibiotici in terapia umana ai casi di vera necessità, diffondendo una cultura di massa e professionale che promuova l’appropriatezza e stili di vita più consoni all’igiene, sia individuale sia pubblica.

Anche questa linea, però, non può prescindere dal coinvolgimento della medicina veterinaria e dalla promozione di politiche che governino l’uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi: potentissimo veicolo della somministrazione occulta di antibiotici alla popolazione umana e selezione di batteri resistenti in zoonosi, che possono poi essere trasferiti all’uomo.

I recenti dati globali dell’antibiotico resistenza  pubblicati dall’OMS sono impressionanti.

In Europa, oltre 4 milioni di persone l’anno sono colpite da infezioni batteriche ospedaliere, con 25mila morti stimate per infezioni provenienti da germi resistenti.

Le infezioni correlate all’assistenza (Ica) colpiscono ogni anno circa 284mila pazienti, causando circa 4.500-7.000 decessi.

Nel  2050, se non si prenderanno provvedimenti efficaci, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti l’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 ml/anno), diabete (1,5 ml/anno) o incidenti stradali (1,2 ml/anno) con un impatto negativo – secondo recenti stime del Fondo monetario internazionale – di circa il 3,5% sul Pil mondiale.

Ma lo scenario, soprattutto in ambito ospedaliero,  potrebbe cambiare drasticamente, come ha sostenuto Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate dell’ Iss, in un articolo di qualche giorno fa di  Quotidiano Sanità :

“Lo dimostrano i casi dell’Inghilterra, che ha saputo instaurare politiche efficaci per gestire le resistenze da stafilococco, così come hanno fatto l’Olanda e altri Paesi del nord Europa. Naturalmente servono programmi efficaci che consentano di garantire il rispetto di protocolli severi riguardo, ad esempio, all’igiene. Lavarsi accuratamente le mani e cambiare i guanti prima di intraprendere una qualsiasi procedura medica su un paziente dovrebbe essere una norma inderogabile. Un altro aspetto fondamentale è l’applicazione della Stewardship Antimicrobica, ossia dell’appropriatezza nella prescrizione degli antibiotici, in particolare in ambito ospedaliero che è il contesto principale nel quale si generano le resistenze. E poi, naturalmente, è auspicabile un aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo”.

Quindi, solo uno sforzo comune, una vera One Healt che non sia solo un vocabolo di moda, può intervenire su un fenomeno che minaccia di divenire una vera piaga per l’umanità, facendo precipitare di nuovo la popolazione mondiale nei drammi dell’era preantibiotica.