Ricerca e inclusione

Di Sara Boggio

Se “l’ecosistema della conoscenza” che caratterizza il nostro tempo è sempre più percepito come “bene comune in grado di ristabilire rapporti sociali e di potere meno squilibrati e asimmetrici” (vedi), allora è inevitabile che anche l’ambito della scienza stia riformulando i paradigmi, teorici e pratici, di riferimento (a dispetto dell’idea che la scienza non sia ‘democratica’, come spesso – ahimè – si è sentito dire nel dibattito nazionale scaturito intorno ai vaccini).

L’ultimo editoriale di Nature si inscrive proprio in questo contesto di pensiero (vedi), declinando l’assunto di base – la conoscenza intesa come bene comune – in una serie di indicazioni finalizzate, da una parte, ad ampliare la partecipazione dei cittadini al discorso scientifico, dall’altra ad arricchire l’eterogeneità (etnica, di genere, e in senso lato culturale) dei gruppi di ricerca. L’appello, di cui di seguito riportiamo ampi stralci, è composto da alcune argomentazioni e da una puntuale sequenza di azioni rivolte a interlocutori ben precisi: appunto gruppi di ricerca, quindi dipartimenti universitari, istituzioni pubbliche, enti finanziatori.

Ampliare la partecipazione al discorso scientifico, si legge nell’editoriale, è “la cosa giusta da fare” sia dal punto di vista etico che pragmatico: una tappa obbligata affinché la ricerca sia rappresentativa della società di cui è al servizio e affinché possa, di conseguenza, garantirsi un futuro sostenibile. Gruppi di lavoro più eterogenei avranno maggiori probabilità di “affrontare domande e problemi che vanno al di là della ristretta fascia di popolazione che gran parte della scienza (in particolare della scienza biomedica) è attualmente impegnata a servire”. A tal proposito, e in termini tutt’altro che retorici, si ricorda che il mandato della ricerca finanziata da fondi pubblici è migliorare la società nel suo complesso. Il fatto che nel mondo occidentale ampia parte della ricerca faccia riferimento alla sola popolazione bianca è un limite noto, dal momento che suscettibilità alle patologie e risposta ai trattamenti di cura possono variare, anche sensibilmente, a seconda del gruppo etnico di appartenenza (citando le statistiche della statunitense National Science Foundation, si rileva che la rappresentanza di minoranze etniche nei trial clinici dovrebbe almeno raddoppiare per essere rappresentativa dell’eterogeneità della popolazione statunitense).

Sul fronte della forza lavoro, i tentativi di ampliarne le componenti sono in atto da decenni, sostiene Nature, ma i riscontri di successo sono stati finora ben pochi: merito, nella maggior parte dei casi, del lavoro e della passione di singoli individui, anziché di azioni organiche e sistematicamente condivise. I casi da cui prendere esempio tuttavia non mancano ed è a questi che l’editoriale rimanda per dimostrare che l’obiettivo non solo non è utopico, bensì efficace (vedi). L’orizzonte della partecipazione si configura, in questo quadro, come orizzonte propriamente trasversale, in grado di assorbire, oltre alle differenze di genere e di etnia, anche le differenze di età (con il coinvolgimento delle fasce di popolazione più giovane), e quelle che derivano da background socio-culturali ed economici svantaggiati. Trasversali sono anche gli ambiti di applicazione: dalla modalità di presentazione delle offerte di candidatura al supporto per consentire un’integrazione lavorativa al lungo termine, dalla composizione dei gruppi di ricerca a quella degli organi amministrativi e decisionali.

E se l’argomentazione di fondo è di carattere etico, il discorso evidenzia esplicitamente anche i vantaggi di carattere produttivo ed economico. Il riferimento, in questo caso, è un report dall’agenzia di consulenza McKinsey pubblicato all’inizio di quest’anno, nel quale si sottolinea come la pratica dell’inclusione – nelle realtà aziendali, nelle pubbliche amministrazioni, nel terzo settore – sia diventato un “elemento chiave di sviluppo”, con risvolti positivi su competitività, produzione e resa economica (Delivering through Diversity: vedi).

Si può immaginare uno scenario simile anche nell’ambito della scienza? Sulla base dei link suggeriti in chiusura da Nature (vedi, vedi) la risposta è affermativa. Basta volerlo. “La scarsa eterogeneità del mondo scientifico è un problema di tutti. Tutti hanno la responsabilità di guardarsi intorno, riconoscere il problema per ciò che è e agire – anziché limitarsi a presumere che sia qualcun altro a doverlo risolvere”.