Pandemie: perché la sorveglianza paga di più dei tentativi di previsione

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Nei giorni scorsi Nature ha pubblicato un articolo piuttosto critico a firma di tre autori –  Edward C. Holmes, Andrew Rambaut e Kristian G. Andersen – sulla possibilità oggettiva di prevedere la diffusione di pandemie identificando in anticipo il virus o il batterio responsabile di una futura pandemia e impedendogli di prendere piede. Secondo i ricercatori, allo stato attuale delle cose il gioco non varrebbe la candela. Fuor di metafora, dal punto di vista pratico è più producente investire nella sorveglianza in tempo reale delle popolazioni umane.

Certo, l’idea di fondo sarebbe eccellente: se fossimo davvero in grado di identificare il prossimo virus pandemico prima che compaia il primo caso, le comunità potrebbero migliorare drasticamente le strategie di controllo e persino impedire al virus di prendere piede. Dal 2009, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha speso 170 milioni di dollari per valutare la “fattibilità di attenuare preventivamente le minacce pandemiche”. I risultati però al momento non sembrano essere molto promettenti. Non si può non andare con la mente alla recentissima rinascita del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, che ci mostra chiaramente che al momento anche riuscendo a sequenziare il dna di un virus non siamo in grado di dire dove e quando potrebbe presentarsi la prossima epidemia.

Tuttavia, l’approccio basato sulla biodiversità attrae gli investimenti: nel febbraio di quest’anno è stato annunciato il Virom Global Project finanziato con 1,2 miliardi di dollari. Si stima che mammiferi e uccelli contengano 1,67 milioni di virus sconosciuti dalle famiglie di virus che è più probabile possano interessare anche gli esseri umani. Il progetto ha lo scopo di condurre un’indagine genomica di questi virus sconosciuti, per capire se come e quando potrebbero arrivare a infettare le persone. Il problema è che non è detto che questo tipo di modellistica predittiva dia davvero i risultati sperati. Per esempio ci sono virus dell’influenza che sono circolati fra i cavalli sin dagli anni Cinquanta e nei cani dai primi anni 2000, tuttavia non sono emersi nelle popolazioni umane e forse non lo faranno mai e continuiamo a ignorarne il motivo.

In breve – spiegano gli autori su Nature – non ci sono abbastanza dati sui focolai di virus per i ricercatori che siano in grado di prevedere con precisione il prossimo ceppo epidemico. Né vi è una totale comprensione di ciò che spinge i virus a evolvere. La previsione basata sulla biodiversità ignora anche il fatto che i virus non sono entità fisse. Nuove varianti di virus a RNA compaiono ogni giorno. Questa rapida evoluzione significa che i sondaggi dovrebbero essere fatti continuamente per essere davvero precisi, con costi molto più alti di 1,2 miliardi di dollari. Specularmente, anche se fosse possibile individuare il virus che rischia di colpire gli esseri umani, migliaia di candidati potrebbero finire per essere identificati come potenzialmente pericolosi, ciascuno con una bassa probabilità di causare un focolaio. “Cosa dovremmo fare in quel caso? I costi salirebbero alle stelle se i vaccini e le terapie fossero proposti anche per una manciata di questi.”

Secondo gli autori infine, fare promesse che richiedono tempi troppo lunghi per essere mantenute, e che contengono una certa dose di incertezza sull’effettiva riuscita, finisce solo per aumentare il clima di sfiducia nei confronti degli scienziati, che già mina il mondo della comunicazione. Il pubblico ha sempre messo in discussione la credibilità scientifica dei ricercatori che si occupano di epidemie. Durante l’epidemia di Ebola del 2013-2016, ad esempio, la risposta internazionale è stata ripetutamente criticata per essere stata troppo lenta. Durante l’epidemia di influenza H1N1 e del 2009, la gente chiedeva se la gravità del virus fosse stata in qualche modo esagerata, e se lo stoccaggio di prodotti farmaceutici fosse ancora necessario.

Attualmente, il modo più efficace e realistico per combattere i focolai continua a essere il monitoraggio delle popolazioni umane in paesi e luoghi che sono più vulnerabili alle malattie infettive, dove cruciale è il legame con gli eventi ambientali e il cambiamento climatico. La deforestazione, per esempio può aumentare il contatto con nuove specie vettori di virus e batteri come zecche e zanzare. Il monitoraggio può essere effettuato dai medici locali, dagli operatori sanitari in Organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere, collaborando con le istituzioni globali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Al contrario, è diventato molto più immediato con il passare dei decenni identificare quale agente patogeno stia causando un’epidemia. Negli anni Ottanta ci sono voluti due anni di ricerca per capire che  l’hiv era la causa dell’aids usando la microscopia. Nel 2012 invece ci sono voluti solo poche settimane grazie alle tecnologie genomiche per scoprire che cosa aveva causato la sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus.

Una volta identificato un focolaio emergente, deve essere analizzato rapidamente per determinare di che tipo si tratta, quali meccanismi molecolari (come il tipo di recettore) gli permettono di passare da un individuo all’altro, come si diffonde attraverso le popolazioni umane e come influenza i soggetti infetti. In altre parole, sono necessari genomica, virologia, epidemiologia e clinica.  In definitiva – concludono gli autori su Nature – la sfida è quella di collegare i dati genomici, clinici ed epidemiologici ottenuti tempestivamente alle informazioni su come le persone nella comunità stanno interagendo.

Bibliografia
Holmes EC, Rambaut A, Andersen KG. Pandemics: spend on surveillance, not prediction. Nature, pubblicato il 7 giugno 2018.